mercoledì 6 febbraio 2008

Jonathan Littell col tarlo del dubbio, "Le benevole"

Di partenza per Milano, l'unica lettura "di svago" (se così si può definire) che mi sto portando dietro è "Le benevole" di Jonathan Littell. Sono a pagina 78 su 943, quindi non è che ho un'idea del libro. Però è da ieri sera mi gira per la testa una frase del mio amico G., che queste cose un pò le studia, e che si chiedeva (senza averlo letto, ma lo diceva proprio come motivazione per non leggerlo) perché mai uno oggi debba scrivere della shoah se deve scrivere un romanzo. (n.d.a. la domanda era più articolata, sono io che non c'ho voglia di rifare tutto il discorso). La domanda a me non sembrava troppo centrata, perché nonostante io sia a pagina 78 in Littell c'è sostanza, e c'è scrittura vera, e non può essere liquidato come libro che sfrutta la shoah per coinvolgere il lettore o per vendere di più. Però effettivamente la prima risposta che mi è venuta in mente è stata: perché va di moda, è la tragedia pubblica per eccellenza, da una decina d'anni a questa parte (prima mi sembra che fosse una tragedia vera, mentre ora è diventata, semplicemente, più utilizzabile, invece che più presente). è quello che è accaduto negli ultimi dieci anni, a livello di narrazione personale, con il tema della violenza sessuale sui minori: negli anni 80 la tragedia personale era l'AIDS, e ogni volta che uno doveva finire male, finiva contagiato, era il climax a buon mercato per ogni scrittore. Oggi il climax a buon mercato è la violenza sui bambini, e i libri sono pieni di protagonisti che hanno traumi infantili o lottano contro chi li causa o aiutano chi li ha subiti. Dappertutto, da Hosseini a Genna. Non si salva quasi nessuno.
E quindi mi viene il dubbio che Littell, benché evidentemente qualitativamente superiore possa finire nella stessa categoria di uno dei libri che più ho disprezzato negli ultimi anni, ovvero "Ogni cosa è illuminata" di J. S. Foer. Si salva per adesso perché non c'è ancora stata nessuna scena che possa avere un significato "simbolico" a parte quello letterale, e la scrittura è tesa e fredda, è oggettiva, per fortuna. Il problema è che da ieri sera guardo con sospetto anche alle particolarità del protagonista di Littell (omosessuale, giurista ma con ambizioni da letterato) e iniziano a sembrarmi posticce, come un qualsiasi avvocato di Carofiglio, che per essere più figo legge Adorno e tira di box, e quindi probabilmente non esiste.
Insomma: mi sa che mi sono rovinato la lettura di questo libro. Vi farò sapere.

4 commenti:

marco ha detto...

il film (ogni cosa è illuminata) è molto carino, invece... mi hai salvato dal rovinarmi una bella impressione. grazie.

marco

daniele esposito ha detto...

prego! il libro secondo me è veramente una delle cose peggiori che mi siano passate sotto le mani, e il fatto che Foer sappia scrivere e sappia usare bene i personaggi (non mi stupisco che ne sia uscito fuori un film decente) è un'aggravante per la storia e il simbolismo stantio utlizzatoci dentro...

patalla ha detto...

Me lo hanno regalato. lo sto leggendo a fatica...devo dire che non so dire ancora alla 300a pagina se mi piace o no (e questo va a favore del no).
Trovo molto interessante che sia riuscito a raccontare questa storia con un dettaglio in alcuni casi maniacale pur no essendo vissuto in quel periodo. Credo che dietro ci sia comunque tanto studio ed è apprezzabile...Fatico perchè non leggo romanzi cosi' lunghi :-)

daniele esposito ha detto...

devo dire però che il weekend mi ha consentito di superare indenne il capitolo su stalingrado e la boa delle 400 pagine, e il libro regge, sempre freddo a parte le svisionate del protagonista (che Littell integra nel racconto puramente oggettivo, e ciò è bello). Plauso speciale alla scelta, finora, di non descrivere le scene di sesso, e a dire il vero neanche quelle di "seduzione" vera e propria (ma anche gli altri eventi cardine avvengono sempre leggermente fuori dall'inquadratura...): insomma, per ora mi sembra bello, ma mancano ancora 500 pagine, può accadere di tutto...