martedì 28 aprile 2009

un apologia non totalmente privata di Carver

E.,
come promesso, ecco la mia mail in difesa di Carver. Come promesso, sarò così pessimo da riciclarla sul blog. Non me ne vorrai, spero. Una volta che mi metto d'impegno a scrivere per mezz'ora di qualcosa di serio (che a me sembra serio, per lo meno), cerco di sfruttare il momentum il più possibile. La tua mail con i dubbi su Carver (se a lui manchi qualcosa o manchi a te che non lo stai apprezzando) mi ha fatto piacere, anche se mi sono sentito un po' in colpa: eravamo assieme quando hai comprato le 39 stories, e mi ricordo che ho insistito perchè lo comprassi. Io ne avevo appena riletto qualcuna (ero appena tornato da Grottaglie, dove i miei libri di Carver sono in esilio) e le avevo trovate, come al solito, eccezionali. Però ora che dovrei difendere lo stile e i risultati del signor Carver, sono un pò in imbarazzo. Vedi, in altri casi, anche in altri autori che ti ho stressato perchè leggessi, riesco con una certa facilità a vedere cosa mi piace di loro: riesco anche a vedere cosa di loro non mi piace. Di Bufalino, per esempio (quello di Diceria dell'Untore, che negli altri libri varia un bel pò): il modo in cui accumula e compone le metafore, l'innaturalità dello stile, l'occasionale scarto tra registri altissimi e colloquiali. O, ancora, di Salinger: la capacità di ingarbugliare i periodi, infarcirli di frasi memorabili e poi risolverli, la capacità di tenere dialoghi per decine di pagine. Come ti dicevo, sono anche abbastanza obiettivo su cosa di loro non mi piace, o non mi convince: il cadere di Bufalino ogni tanto in una retorica da romanzo ottocentesco (voluto o no che questo sia), la necessità di Salinger di popolare le sue pagine di esseri eccezionali, l'incapacità a creare racconti forti nello stesso modo partendo da gente più normale della famiglia Glass, ma anche il cadere, di tanto in tanto, in quella stesso tipo di sentimentalismo che i suoi stessi personaggi troverebbero insopportabile, un misticismo un pò ostentato.
Di Carver mi dici che ogni tanto non capisci dove voglia andare a parare, che i suoi racconti finiscono senza finire, che l'assenza di artifici (questo non lo dici, ma diciamo che maltratto un pò le robe che mi hai scritto) sia talmente forzata da sembrare il principale vezzo stilistico. Diciamo che ci hai preso più o meno in tutto, e che in queste caratteristiche c'è quasi (quasi) tutto il perchè Carver mi piace.
[Lascio da parte la questione se il minimalismo di Carver sia un'invenzione sua o del suo primo editor: un pò non me ne frega tanto, in secondo luogo sono per l'ipotesi che Carver abbia imparato a fare quel che ha fatto, e quindi si può discutere dove l'abbia imparato e da chi e come, ma che sia roba sua e soltanto sua non mi sembra facile da mettere in dubbio. Qui in Italia hanno da poco pubblicato l'edizione originale della raccolta "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore" e Baricco non ha perso occasione per dire alcune corbellerie]
C'è un libro di Carver dedicato ai "giovani scrittori" (non so se sia una roba pensata da lui o una raccolta postuma di saggi con un titolo figo) che si chiama "Niente trucchi da quattro soldi": ecco, questa è una buona sintesi. I racconti di Carver sembrano finire nel niente perchè Carver cerca (e non sempre ci riesce) di non usare il primo dei trucchi che ogni scrittore di racconti cerca di usare, la rivelazione finale, l'epifania (come diceva la mia prof. d'inglese dei Dubliners di Joyce, rovinandomeli per sempre), la chiusura ad effetto. Sono effettacci, e sono effettacci che quando sono usati bene a me piacciono, ma io non sono Carver. Nei racconti di Carver l'attenzione non può essere tutta spostata alla rivelazione finale. Si perde tutto. LA rivelazione, se c'è, è in tutto il racconto. Ma, e forse è per questo che a me piacciono così tanto, non è detto che ci sia: credo che nei racconti migliori manchi del tutto. Per esempio: Da dove sto chiamando. C'è l'hai sulla raccolta, dacci un'occhiata.
Se c'è una rivelazione in Carver è nella luce. Non so se capita anche a te (forse no, non starei a scrivere questa mail, altrimenti), ma a ogni volta che chiudo un racconto di Carver, a me sembra che mi rimanga impressa sulla retina la luce che predomina nella scena principale del racconto: quella pomeridiana di "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore", quella artificiale di quel racconto in cui la scena finale è sul prato davanti casa, e di cui non mi ricordo il titolo, lo sfarfallio della TV in Cattedrale, la luce filtrata dalle foglie di "Da dove sto chiamando", i riflessi della luce sul fiume del primo racconto [cito a memoria, scusa le imprecisioni e i probabili errori].
Poi: ma questa è una fissa tecnica: il modo in cui usa i piani cronologici, il modo in cui si sposta avanti e indietro nel tempo all'interno dei racconti. Quello è eccezionale. Ancora: il fatto che (anche questo non sempre, a volte Carver cede un minimo al grottesco) non usi l'effettaccio di avere personaggi eccezionali. Vonnegut, per esempio, per questo lo infamerebbe: Vonnegut dice che nei romanzi e nei racconti si ha il dovere di mettere gente che dice cose più interessanti di quelle normali. Carver cerca di mettere gente normale, e sentimenti normali: non semplicemente perdenti, che sarebbe nient'altro che un altro trucco: normali. La bellezza dei racconti di Carver sta, così mi sembra, nell'insieme di questi fattori: nella luce, nell'uso del tempo, nella scelta di un'umanità non eccessiva, anzi forse un pò rattrappita, e ancora, se proprio vogliamo dirla tutta: nel modo in cui usa i dialoghi e li alterna alla narrazione e al discorso indiretto, nella naturalezza dei dialoghi stessi. Ma siamo ancora all'esterno della questione, anche se parlando della luce forse mi ci sono avvicinato (e non so se sarò in grado di farlo di più di così): l'insieme dei racconti, il fatto che non vadano da nessuna parte, l'assenza di orpelli, mette in luce sempre qualcosa al centro: ed è diverso mi pare, da racconto a racconto. A volte è consolante, a volte triste. Più spesso, non è possibile definirlo in nessuno di questi due modi. Rimane lì, un nucleo di realtà. Dovrei avere i racconti sottomano per cercare esempi pratici: è la luce, come ti ho detto, ma anche alcune frasi (in sè assolutamente non notevoli), alcuni movimenti (parlo proprio di movimenti spaziali, alcuni gesti) e soprattutto alcuni silenzi dei personaggi. I personaggi che si stringono la mano e si illudono in "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore" (torno a questo perchè so che ti è piaciuto, e anche perchè lo ricordo bene), alcune cose che si capisce non si dicono l'un l'altro, il modo in cui continuano a bere. A me rimane di tanto in tanto un'impressione di insopportabile bellezza (anche triste, ma insomma, mi hanno fatto insensibile apposta per poter sopportare tutta questa tristezza), e non posso indicare il punto in cui Carver ha voluto infilarla, perchè, quando la avverto, è ovunque.
Non ti sembra meraviglioso?
La smetto, dato che un pò mi sono perso.
Un bacio,
a presto.

20 commenti:

Anonimo ha detto...

"rimane lì un nucleo di realtà"

sì, come nella luce giallognola delle pellicole anni 50 dei filmini fatti in casa. a me è rimasta questa luce. e gli interni delle case con i tavoli appiccicosi di birra e pance gonfie di tristezza come le camicie a maniche corte degli uomini in estate.

Anonimo ha detto...

incompreso,

sta a significare anche Tra

come adesso

sto tra le balle di una conversazione a due: tra lei e E. o tra sè e sè.

Anonimo ha detto...

dio santo!

Anonimo ha detto...

ahahahhahha

dr. favagrossa ha detto...

a me carver annoia
e ancor più questo post

daniele esposito ha detto...

dr favagrossa, quanto tempo. mi dispiace: sopporti.
primo anonimo: ci siamo capiti, pare.
secondo, cioè incompreso: bah.
terzo: ???
quarto: ?????

daniele esposito ha detto...

ti annoiamo sia io che Carver? fighissimo. grazie del complimento. :)

cassandra ha detto...

Per ora ti lascio questo link perché il post è davvero un godimento per noi sostenitori di quella pazza della Baricco, poi parliamo di Carver. E comunque il volume einaudi mi pare tradotto a cazzo di cane! (gli occhi del cuooore, gli occhi del cuooore...Boooris!)

http://paolocognetti.nova100.ilsole24ore.com/2009/03/principianti/comments/page/2/

Anonimo ha detto...

daniele ma che lavoro fai ora? è a milano?

daniele esposito ha detto...

anonimo (chi sei?) del lavoro parlerò poi, ma al solito è un lavoraccio! cassandrina, grazie!

daniele esposito ha detto...

cassandra, la cosa più bella del post (magnifico) è uno dei commenti, in cui qualcuno chiede che venga fatto l'editing di seta, cancellando gli spazi (e non solo quelli). ora questa battuta la citerò sempre.

cassandra ha detto...

Scopro ora, leggendo i commenti al post che ti ho segnalato, che il traduttore è sempre lo stesso e mi chiedo come sia possibile, ci sono delle frasi che mi sembrano talmente brutte nella versione einaudi...
Avevo messo a confronto le due versioni del primo racconto, Perché non ballate?: mi pare che quello che ha fatto Lish sia stato fondamentalmente spersonalizzare i personaggi(solo uno di loro ha un nome, i ragazzi non hanno più un'età), eliminare, come giustamente dici tu, gli orpelli e quasi tutti i riferimenti diretti ai loro stati d'animo, mantenendo però quelli indiretti, quelli che traspaiono dai corpi, sia nei movimenti che nelle sensazioni fisiche percepite. L'impressione che me ne viene è di un racconto più inquietante nella versione Lish perché volutamente è stato eliminato quello che poteva tranquillizzare il lettore: l'espressione tenera dei due ragazzi diventa indefinita, l'uomo non si preoccupa più di coprirli mentre dormono, nessun accenno alla felicità della ragazza mentre balla. Quello che rimane è una realistica sensazione di solitudine: tutto ciò che accade a loro tre avviene ad ognuno di loro singolarmente; non sono accomunati dagli eventi, ciascuno li vive da solo. Sembra che Lish abbia voluto mettere in pratica le parole che Carver usa per chiudere il racconto:'C'era dell'altro,lo sapeva, ma non riusciva a metterlo in parole. Dopo un po' smise di parlarne'.
Lish ha trasportato un'intenzione narrativa dell'autore, l'incapacità di esprimersi dei personaggi, nella costruzione del racconto. Non sappiamo nulla di loro, non sappiamo come è iniziato quello che vediamo e andiamo via prima che finisca. E 'l'altro', che sappiamo esserci, ci resta attaccato in modo indefinito in attesa dell'epifania che ci coglierà prima o poi, in un momento qualsiasi della nostra giornata, quando realizzeremo in un lampo che sembriamo anche noi un racconto di Carver. Non so se si è capito ma Carver mi piace e basta con questa storia di Lish che ha tagliato i finali. (Tagliatori di finali! Su Rieduchescional Ciannel!)

Anonimo ha detto...

hai un futuro come editor. o forse già un presente? g.s.

cassandra ha detto...

Temo che tra un po' avrò un breve passato come editor...

cassandra ha detto...

Ehm...Caro g.s. credo che tu ti riferissi a Daniele ma in questo momento sono così concentrata sulle mie vicende sfigatelle che ho risposto per lui :)

daniele esposito ha detto...

no no cassandra, si riferiva a te!!

Anonimo ha detto...

daniele, dall'ultimo commento deduco che sei più attento di quanto sembri alle osservazioni dei tuoi lettori.
si mi riferivo a cassandra. in ogni caso un brillante passato è la premessa di un futuro trionfale.
in boka al lupo!

Anonimo ha detto...

se hai mantenuto metà della consapevolezza letteraria che ricordo meriti senza dubbio di fare l'editor (che peraltro è un lavoro ingrato).
ggg

cassandra ha detto...

:)


(ggg= Grande Gigante Gentile)

Anonimo ha detto...

right