giovedì 28 aprile 2011

in the meantime, in Italy ...














le splendide precisazioni della presidenza del consiglio italiano: "EVIDENTI ragioni scaramantiche"
invidio un sacco i responsabili di questo ufficio stampa, giuro.

SETTECERVELLI, ovvero IL RITORNO, capitolo dodicesimo


Eccoci! Settimana prossima (partendo da oggi) si preannuncia lavorativamente mortale, e non so se ce la farò a pubblicare il /13 per mercoledì. Però: son già stato abbastanza bravo, no?

mercoledì 27 aprile 2011

martedì 26 aprile 2011

Fiction's about what it is to be a fucking human being (la rubrica dei film di Stefano)

“la cosa che tormenta di più un uomo è quella che non gli hanno ordinato di fare”: GRAN TORINO – USA 2008, 116’. Regia di Clint Eastwood. La prima parte di questo film spaventa per il degrado in cui versano i sobborghi americani, le casette e il prato e il barbecue stanno sempre al loro posto ma lungo le vie scorrazzano bande di latinos e di asiatici armate di tutto punto. Walt kowalski ( Mr. Eastwood ) è ormai vecchio, assiste al funerale della propria moglie attorniato da una famiglia sempre più estranea, da un prete troppo giovane che ciancia di morte dolce e amara e soprattutto dai vicini di casa Hmong. Reduce da Corea ’50, operario Ford fino alla pensione, gli rimangono la mentalità razzista, una splendida auto ( da qui il titolo del film ) e un tormento indicibile. La sua salvazione saranno i vicini, odiati quanto sconosciuti, soprattutto due ragazzi, Thao e sua sorella più grande Sue. Thao viene continuamente preso di mira da suo cugino e la sua banda per iniziarlo al teppismo, e quando si arriva allo scontro interviene Walt con il suo fucile. Diviene eroe del quartiere, prende con sé Thao, gli insegna i lavori di casa, gli trova un lavoro, nel frattempo Walt è sempre più partecipe della vita della comunità Hmong, finalmente ritrova una famiglia. Ma la banda del cugino di Thao non lascerà mai correre e le cose precipiteranno al punto che Walt troverà nel suo sacrificio la sua pace. Il suo passato, le sue convinzioni, la sua rudezza mista all’uso della violenza; le armi che ormai sono alla portata di tutti, portano lo scontro ad un livello insolvibile. Direi che segue in parte Million Dollar Baby, si ritrovano i battibecchi sulla fede, i siparietti comici, quelli con il socio Morgan Freeman, stavolta con Thao e Sue, poi un dramma che racconta un tema sociale, l’eutanasia e l’integrazione. Walt Kowalski è un personaggio scomodo, razzista e violento, ma lo stesso in grado di riconoscere i propri errori; è un personaggio che non risolve la questione, perché arriva a capire che il suo modo di agire è possibile solo in un mondo che finalmente rigetta, da cui può sottrarsi con dignità.


“Burt, siamo dei falliti?”: AWAY WE GO – USA 2009, 98’. Regia di Sam Mendes. Non è un filmone, anzi, ma diffonde bei tramonti, belle canzoni ( molte di Alexi Murdoch, mai sentito ) e tutto sommato annoia il giusto, o in maniera giusta. Due trentenni che stanno per avere una bambina, partono per trovare il posto in cui trasferirsi, visitano Phoenix, Tucson, Madison, Montreal, Miami, ospiti di amici, vecchie conoscenze, per vedere come sono le loro famiglie, come se la cavano insomma. C’è la famiglia triste squallida, l’uomo pessimista che aspetta la desertificazione, la donna che si ubriaca mentre racconta i fatti propri in maniera sguaiata di fronte ai figli; poi la famiglia triste creativa, seguaci del continuum, tipo che i figli devono sempre essere a contatto con i genitori, anche a letto. Ma questi sono gli aspetti comici, come anche i due protagonisti del film, Burt e Verona, che vivacchiano “senza le basi”, imbranati però davvero uniti, si amano. Tocco lieve, anche gustoso, vedere la prima scena, in più mi pare che Mendes abbia fatto solo bei film, quindi anche questo è un bel film.



Il film mancante. Cioè, ANIMAL KINGDOM è da molto che volevo vederlo, ma non volendo tirar fuori moneta per il nolo, ho intrapreso la via dello streaming e dipoi lo sacro download. Però: l’audio in streaming era una vaccata fino al link giusto che però s’interruppe; il file scaricato it’s in original language and I don’t understand most of dialogues, in più i sottotitoli non si trovano. Ma il film merita, davvero, per il modo insolito di raccontare i gangster e la figura di un ragazzo preso in mezzo da troppe cose, fisso immobile quasi scemo, eppure. Dunque sotto lascio una recensione scritta come vorrei dovrei scrivere io, più centrata insomma.

 http://www.claudiogiunta.it/2010/11/animal-kingdom/

mercoledì 20 aprile 2011

SETTECERVELLI, ovvero IL RITORNO, capitolo undecimo

Ecco il numero 11, se tutto va bene, ci vediamo post vacanze di pasqua per il numero 12.
Cliccate sull'etichetta "Settecervelli" per le puntate precedenti!

lunedì 18 aprile 2011

Vado!!!


Da quando ho (quasi) smesso con il caffè (cioè: con il caffè non decaffeinato) sono in uno stato di narcolessia semi permanente.
Bene.
Nei prossimi giorni sarò a Roma per lavoro e non so quanto pubblicherò, e poi a Grottaglie per la resurrezione di nostro signore, e idem, mi sa che non mi farò vivo troppo.
Ho impostato la pubblicazione automatica di Settecervelli mercoledì, e spero di disegnare un po' di cavolate nel corso del giro grottagliese (che di solito è ricco di novità assurde)
Bon, state bene, a dopo, se trovo una connessione.

giovedì 14 aprile 2011

(restando più o meno sul personale /37)


(l'ho scansionato un po' a casaccio: il fumetto mozzato direbbe "vabbè, anche se è quasi impossibile per me essere eletto ... qui non ho famiglia né amici d'infanzia ... nel caso però ti darei il 10% del mio stipendio ...")

Comunque rimango del parere che lo slogan "Perdere con Dignità" sarebbe un grande passo avanti, per il PD.


mercoledì 13 aprile 2011

SETTECERVELLI, ovvero IL RITORNO, capitolo decimo


Capitolo dieci (uno dei pochi che sposta in avanti la storia) (contenti?) (ma la sposta di pochissimo, eh)
cliccate sull'etichetta Settecervelli per leggere le puntate precedenti.

martedì 12 aprile 2011

lunedì 11 aprile 2011

Bill Callahan - Apocalypse

Il nuovo disco di Bill Callahan è meraviglioso.
E' tutto sull'identità e sull'epica americana, e stranamente questo è un grande complimento.
La prima canzone (Drover - ovvero il "Mandriano", inizio western semmai ce ne furono a livello tematico) e la seconda bastano e avanzano per farne un disco superiore. E il resto non è male. "America" è grezza e dentro c'è tutto il Callahan stronzo, e via scendendo verso un "lato b" del disco più quieto, e più difficile, anche.
Bello bello bello.
Procuratevelo.

«Fiction’s about what it is to be a fucking human being»

(LA RUBRICA DEI FILM DI STEFANO)


“ho paura di non avere niente da dire”: TARNATION – USA 2003, 88’. Regia di Johnatan Caouette. Autobiografia in immagini, filmini, angosce e disturbi. C’è una quiete iniziale, una donna che canta, poi questa; comincia il film. Per buona parte della sua vita, Johnatan Caouette ha giocato con la telecamera, ha ripreso se stesso e i suoi famigliari; come una rock-star maledetta. Sua madre, Renee LeBlanc, da giovane era bellissima, divenne fotomodella, poi in seguito ad una caduta per cui rimase paralizzata per alcuni mesi, i suoi genitori, malconsigliati, la sottoposero ad elettroshock. Lei poi, se ne andò a vivere senza soldi verso New York, con suo figlio, fu violentata; tornò a casa, in Texas ( siamo negli anni ’70 ), Johnatan fu affidato a varie famiglie dai servizi sociali ( subì anch’egli maltrattamenti ), Renee fu ancora ricoverata e sottoposta ad elettroshock. Johnatan crebbe con i suoi nonni e pian piano cominciò a scoprire la passione per le immagini, si riprendeva mentre interpretava donne in preda all’ansia, picchiate dai mariti, tossiche. Iniziò a frequentare dei ragazzi nei club, conobbe il cinema underground e fece anche dei film, a scuola diresse assieme al suo ragazzo un musical. Finalmente partì assieme al suo compagno per vivere a New York. Caouette ha messo assieme una quantità enorme di materiali privati, un vastissimo videoclip con le sue trasformazioni, le sue scenette, la sua indagine per capire perché i suoi nonni non si accorgevano di stare distruggendo la personalità della loro figlia, la sua paura di impazzire come la madre. Certamente doloroso, è però incredibile come sia riuscito a raccontarsi in maniera vorticosa e toccante.


“mi chiamo Rosetta, ho trovato lavoro, ho un amico, ho una vita normale”: ROSETTA – BEL/FRA 1999, 95’. Regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne. Alla fine, ma solo alla fine, dopo estenuanti camminate, corse, lotte, cadute nell’acqua gelida, lavori persi dopo pochi giorni, a trascinare la propria madre fuori dall’alcool, al riparo dalle manacce dei porci clienti, nel suo mondo di piccoli nascondigli, pochi oggetti, quando non ce la fa più a portare la bombola del gas nella roulotte, piange. C’è il suo amico di fianco, quello che voleva lasciare affogare per rubargli il posto nel chiosco dove impasta le Gaufre, e poi ci riesce denunciandolo al padrone perché faceva la cresta. Rosetta, sguardo incazzoso che incontra la fredda periferia belga, si arrabatta in mille modi e sembra farcela, poi cade, si sporca di terra e ci riprova, alla ricerca di un lavoro vero. I Dardenne la seguono, accompagnano il suo nervoso incedere, la mettono alle strette, le tolgono il respiro. Camera a mano, assenza di musica ( tranne che per le registrazioni del gruppo in cui suona l’amico di Rosetta ), sono scelte stilistiche che a molti risultano ostiche. In più la scelta di un personaggio che vive ai margini senza alcuna intenzione di impietosire lo spettatore, anzi.



“Orrore, orrore, mi fai vomitare, vicino a te mi sento male/che lavaggio del cervello, tu non pensi che al tuo uccello/ io ti odio e ti detesto, perché sei un gran represso/ sei un duro ma sta sicuro, io mi incazzo e ti spacco il culo” ( Orrore; Kandeggina Gang ) : VOGLIAMO ANCHE LE ROSE – ITA/SVI 2007, 85’. Regia di Alina Marazzi. Straordinario intreccio di voci, storie, diari per raccontare la liberazione sessuale, il movimento delle donne, da una prospettiva femminile. Gli anni ’60 e ’70, a partire da tre racconti personali, tre diari in cui ognuna racconta il proprio vissuto, la paura del sesso, la “scelta” dell’aborto e la difficoltà di vivere la lotta politica. Fatto per gran parte di materiali d’archivio, impreziosito dall’animazione, riesce a far emergere, a dare spazio alle riflessioni private e pubbliche che hanno portato a conquiste legislative e culturali, oltre alle inquietudini che ognuno poi si porta dentro, ieri come oggi. Consiglio vivamente.

 http://www.vogliamoanchelerose.it/#download

domenica 10 aprile 2011

this is roccherroll (basta guardare come balla la gente)



ROCCHERROOLL!
(dietro c'è tutta una storia di repressione e ribellione dei tuareg, ed è una roba fichissima, e che si sente tutta)

sabato 9 aprile 2011

(restando più o meno sul personale /35)



Primo episodio sulle vecchiette incrociate negli ultimi due giorni a Milano (c'è il sole, e le vecchiette si fanno convincere a popolare la città e le panchine, in questi giorni. I vecchietti no, loro guardano i lavori)

Cliccando sull'etichetta "restando sul personale" avrete l'accesso a svariati mesi di fatti miei finemente disegnati.

venerdì 8 aprile 2011

La politica italiana è semplicemente una disputa filosofica fuori controllo (è un po' becera, oddai)

Nel tentativo di capire qualcosa della politica italiana, finora pensavo bastasse tornare indietro fino a Machiavelli, per avere in mano tutti gli strumenti. Che già è un passo in avanti rispetto allo schema che userei di pancia (che corrisponde più o meno a questa posizione: Berlusconiani e leghisti sono malvagi e/o stronzi e/o cretini, ma sempre almeno due delle variabili summenzionate).
Però, dicevo, tornare a Machiavelli e Guicciardini non è abbastanza. In realtà la lotta destra contro sinistra in Italia non è che l'ennesima riproposizione della disputa sugli universali.  

Per esempio: problema dei clandestini arrivati in questi giorni. Come si fa a risolverlo? Semplice, gli si da un permesso di soggiorno e improvvisamente non trovi un clandestino per le strade neanche a pagarlo a peso d'oro. E' la soluzione ideale al problema, come mai non c'ha pensato nessuno? Basta dare il permesso di soggiorno a tutti quelli che lo vogliono e BAM!, hai risolto il problema dell'immigrazione irregolare.
Oppure: c'è un problema relativo all'aver scopato una minorenne: basta cambiare la data di nascita o la definizione di minorenne. FACILISSIMO.
Oppure: accuse di falso in bilancio? basta cancellare il concetto e viene meno anche la realtà del fatto.
Credo di poter andare avanti per ore (per esempio: uno fa una dichiarazione registrata, si rende conto di aver detto una cappellata e la cataloga come FRAINTENDIMENTO: che ce vo?)
Bombardiamo paesi esteri? Non è mica guerra, è pace implementata, è dimenticarsi le bombe dove meno te l'aspetti, è distrazione.
Vai a puttane? No, sono AMICIZIE VARIOPINTE (credo questa l'abbia detta Cicchitto, di recente).
And so on.

A questo punto sono un po' confuso ma ho alcune ipotesi (ero partito dalla UNO, ma la DUE è forse più convincente).

 IPOTESI UNO: A destra sono REALISTI, cioè credono nell'esistenza degli universali, e credono siano loro a dare forma al mondo. Un realista puro crede che gli universali esistano da sempre o che siano stati creati da DIO prima della creazione delle cose: sono le categorie generali dell'esistente, ma non sono generalizzazioni: sono le cose ad essere specificazioni delle idee generali. La forma di realismo della destra italiana è però una forma soft, perché chi decide dell'esistenza dell'universale o della sua eventuale modifica in corsa è il consiglio dei ministri, cioè il primo ministro, cioè Berlusconi, cioè dio.
A sinistra, dunque, sarebbero NOMINALISTI: credono cioè ad un'esistenza oggettiva delle SINGOLE cose, a cui puoi cambiare nome, che puoi raggruppare sotto vari cappelli, ma che mantengono le loro fondamentali differenze e la loro esistenza individuale.

IPOTESI DUE: l'esatto contrario. A destra sono massimamente relativisti e nominalisti pensano che non ci sia niente di reale nei nomi con cui chiamiamo le cose, che possono perciò essere usati alla cazzo di cane, un po' come ci pare, e che puoi cambiare nome alle cose tutte le volte che ti pare, se ti fa comodo (cioè: se fa comodo al capo)
A sinistra sarebbero invece, NOMINALISTI: 22 mila immigrati clandestini rimangono tali anche se nella notte decidi di chiamarli tutti "simpatici villeggianti di passaggio diretti in FRANCIA": mentre il singolo clandestino può essere un profugo, un disperato un povero cristo ecc, tutti e ventidue mila sono una massa di immigrati clandestini o comunque un problema non risolvibile con un cambio di nome. E andare a puttane rimane andare a puttane anche se le chiami "grandi professioniste con un'ottima conoscenza dell'inglese che svolgono un apprezzatissimo lavoro in commissione".
E così via.

Ora che ho riportato la politica italiana nell'alveo di una disputa filosofica interminabile, so che la subiremo, più o meno in questi termini, PER SEMPRE.
Merda.

giovedì 7 aprile 2011

Bad Breath for Thirsty Lovers




Il quaderno che stavo usando (un moleskine di quelli sottili, blu scuro) ieri ha avuto un incidente alla frutta, e l'ho sostituito con questo quaderno iper-pop che avevo comprato un sacco di tempo fa e che non vedevo l'ora di utilizzare (non sono meravigliose, la mustang in copertina e la scritta vrooom?) e di cui vi facilito la pagina prima, che stranamente non ho usato per scriverci i fatti miei (motivo per cui non pubblico mai pezzi dei miei quaderni anche quando ci faccio su dei disegni che vorrei mostrare). Avevo anche recuperato una citazione fichissima dalla mia tesi di dottorato (in cui facevo largo abuso dell'Uomo Che Ride di Hugo), ma lo spazio mi è venuto a mancare, l'ho calcolato male e la citazione è rimasta lì ammezzata, povera lei.

Questo refuso di Repubblica l'ho trovato francamente delizioso.

mercoledì 6 aprile 2011

SETTECERVELLI, ovvero IL RITORNO, capitolo nono



Capitolo nono, sempre meno romantico (ma il meno romantico di tutti è il prossimo, credo).
Se volete recuperare i numeri passati, cliccate sull'etichetta Settecervelli.

martedì 5 aprile 2011

la soluzione a tutti i vostri problemi, il signor Esar

trovato in giro per Milano. così meraviglioso che non so da dove cominciare a commentarlo.
Il mio africano medio famoso e serio preferito, senza alcun dubbio

lunedì 4 aprile 2011

(restando più o meno sul personale /34)



Ci ho pensato un po', sapete. Al fatto che stavo tradendo la fiducia del lettore, che trasgredivo al genere para autobiografico autoimpostomi, eccetera eccetera. Poi mi sono detto che vabbè, si capisce più da questo quello che mi passa per la testa in questi giorni che da un racconto puramente fattuale (o forse no, ma me la sono raccontata così, pur di giustificarmi). 
Quindi: via libera all'uomo misterioso ai tempi di feisbuk.

Per chi si fosse sintonizzato adesso: se cliccate sull'etichetta "Restando sul personale" avete accesso a qualche mese di fatti miei finemente disegnati. Enjoy!

domenica 3 aprile 2011

L'oroscopo di Cinzia - Aprile (più o meno)



Luna nera in ariete: Il capodanno astrale
Con la luna nera in ariete comincia l’anno astrologico: oggi, 3 aprile 2011, inizia la prima vera lunazione dell’anno secondo il calendario lunare. La celebrazione del ‘capodanno pisano’ l’ha preceduto di pochi giorni: i pisani sembrano addormentati, invece son tanta roba…
Per essere in sintonia con questa luna conviene scegliere un obiettivo dell’anno e cominciare a ‘lavorarci’. Cosa volete fare quest’anno? Questa luna si presta per i nuovi inizi, quindi converrebbe non insistere con vecchi progetti ma metterne su uno del tutto nuovo, magari a lungo sognato. Lo scorso mese la fantasia ha avuto prati aperti per galoppare: di tutti i bei fiori intravisti, siamo adesso invitati a coltivarne uno, per poterlo cogliere domani. Conviene focalizzarsi su un solo obiettivo: scegliamo quello che non può attendere. Fra i tanti desideri che abbiamo, c’è qualcosa che deve essere fatto quest’anno? C’è qualcosa che vogliamo quest’anno?
Nel nostro sistema astrologico intervengono simboli-guida che senz’altro ci aiutano a comprendere la stagione che stiamo attraversando e a viverla nel modo più adeguato.
Prendiamo in considerazione l’ariete, il signore di questo mese. L’ariete è un animale attualmente discreditato dal punto di vista simbolico. “Sei un pe’oro” - si dice per suggerire la mancata fedeltà della compagna; “sei un pe’orone” - si dice per attribuire scarsa originalità. Ma l’ariete, secondo la  tradizione, è una bestia gagliarda! Si tratta del pioniere del serraglio zodiacale: il primo segno, quello che comincia ed apre la strada, comanda e suona il corno dell’adunata nel giorno della battaglia.
Conosciamo qualcuno che si comporta come un ariete? Ci ricordiamo di un nostro giorno ‘da ariete’? Di alcuni nostri momenti da ariete? Questo mese converrà, se ce la facciamo, comportarci come allora (scelta consigliata). Se proprio non ce la facciamo, arrufianiamoci a tutto spiano gli arieti che ci circondano perché mese avranno una carica inaudita!! Indossiamo un paio di pattini (e un casco) e attacchiamoci a loro: andremo lontano.
Se abbiamo scelto di provare a comportarci da ariete, possiamo meditare su questo animale: cosa fa l’ariete? Vabbé, per quasi tutto il giorno mangia, dorme, esplica una regolare attività sessuale… ma l’ariete caro alla tradizione è ritratto nell’atto di fissare un punto, caricare, correre e abbattere l’ostacolo, aprire il cammino, sbaragliare l’avversario, facendo tutto questo per il suo gregge. Quindi, per imitare il lato migliore dell’ariete, la prima cosa da fare è raccogliere le energie:
-          Scegliere un obiettivo (prendersi un tempo e un silenzio per capire cosa è importante realizzare quest’anno, stabilendo una scaletta delle priorità: per convogliare l’energia – come è noto - si agisce facendo ruotare ogni cosa attorno all’obiettivo)
-          Ridurre gentilmente e gradualmente l’impegno dedicato ad altro (coerentemente con la scaletta e senza colpi di testa, perché incrinare un equilibrio stabilito produrrebbe conseguenze difficili da ristabilire, portando via molte energie – non conviene)
-          Concentrare le forze su quell’obiettivo (significa sia volerlo, sia agire concretamente per realizzarlo)
Il cielo di aprile
La luna nera si verifica in un segno di fuoco affollato di pianeti.
Quando la luna raggiunge il sole, lo trova congiunto stretto stretto a giove, il pianeta che allarga, protegge, ispira, amplia, distende… Quindi la luna assume anch’essa un’aria gioviale, benigna, grassoccia e loquace. I suoi influssi sono più forti di quelli di altre lune nere, perché ampliati dalla congiunzione con giove, ma allo stesso tempo sono benigni per tutti perché giove anche quando è in posizione di quadrato o di opposizione al limite fa peccare per troppo ottimismo,  rende spendaccioni, suscita sentimenti per persone indegne… ecc. insomma non produce effetti particolarmente gravi, a meno che non siamo proprio messi male ‘strutturalmente’.
Allo stesso tempo, però, questa luna si verifica nel segno guerriero per eccellenza, nel quale adesso è presente anche la potentissima congiunzione di urano e marte. Per capirsi, questa congiunzione ha come sottotitolo “Un pugno in faccia, all’improvviso”. Significa: “ci penso da 10 anni, ma lo faccio oggi”.
Cosa vuol dire questo?
Immagino che voglia dire che la luna di per sé sarebbe assolutamente dolce e distensiva, a volte anche troppo, ma si accenderà in persone del tutto fulminate, perciò un pugno in faccia se non stiamo attenti ce lo becchiamo lo stesso, anzi, dato con slancio e giovialità… ma vorrà dire che ce lo siamo meritato, che abbiamo seminato un’erba cattiva. Oppure potremmo essere protagonisti di eventoni improvvisi, ricevere grandi notizie, ma soprattutto qualcuno sentirà un forte impulso ad agire velocemente, ad afferrare un’occasione al volo.
Sì, e allora? come siamo messi?
L’ariete sta vivendo il suo momento d’oro: ribadisco che chi è alla guida di qualcosa, i capitani devono adesso tirare fuori tutta la loro grinta perché adesso è venuto il tempo di agire, non di stare lì a pensare...
Anche gli altri segni di fuoco – leone e sagittario, in particolare le prime decadi – hanno una carica potente e possono ispirare anche gli altri con la loro forza. Tutto quello che faranno, potrà sembrare azzardato ma sarà ben fatto, con molto senso pratico, che non sempre è il loro forte
Opposta all’ariete, la bilancia invece in questo periodo è massacrata dalle tensioni, sollecitazioni continue che le arrivano dal segno dell’ariete. Mentre tutti gli eventi si fanno rapidi e l’invito generale è ad agire, non a pensare, come fanno le povere bilance a sentirsi a loro agio? Possono farlo se hanno già sistemato le loro cose, se hanno mantenuto una profonda onestà con se stesse. Altrimenti saranno così assillate dal mondo che intorno a loro ha preso a girare così vorticosamente, che subiranno perdite, di posizione e materiali.
Per comprendere la situazione della bilancia in questo periodo, basta guardare Berlusconi, nato il 26 settembre. Se sopravvivrà a questo mese, vuol dire che è un cyborg e che la sperimentazione nel campo della pelle artificiale ha fatto passi da gigante.
Per cancro e capricorno potranno sorgere ostacoli improvvisi; nervosismo, guasti e qualche spesa avventata. Possono approfittare di questo transito per fare qualche inevitabile cazzata e dopo non pensarci più. La prima decade del cancro comincia a ricevere l’influsso di nettuno e riesce ad ampliare i suoi orizzonti. La stessa cosa accade alla prima decade dello scorpione, che in quanto segno fisso ha più difficoltà, però, ad aprirsi all’invito al cambiamento e alle fantasticherie nettuniane.
Gemelli e acquario saranno iperstimolati e dovranno gestire bene le molte energie, occasioni, suggestioni. Occorre che non si stanchino troppo e non mettano troppa carne al fuoco perché poi rischierebbero di non portare a termine gli impegni presi.
Il toro e la vergine saranno un po’ destabilizzati dal gran movimento vorticante attorno a loro. Se riusciranno a darsi in modalità più dinamica potranno partecipare attivamente a questo mese così ‘mosso’, altrimenti saranno infastiditi dalla febbrilità altrui.
I pesci, ‘svuotati’ da urano e marte, ricevono il rilassante transito di venere e salutano nettuno che si sta affacciando sulla loro soglia, il loro bentornato signore e padrone. Un periodo in cui sottrarsi al mondo impegnativo e darsi al giardinaggio. Oh, qualcuno lo deve pur fare, ci sono le piante da potare!!


A volte ritornano (I film della settimana di Stefano)

LA MASCHERA DEL DEMONIO – ITA 1960, 87’ b/n. Regia di Mario Bava.
Strabiliante. Una strega e il suo amante vengono giustiziati e la maledizione dovrà ricadere sulla stirpe degli esecutori. Due medici, in viaggio nella Russia raccontata da Gogol, in balia di un cocchiere ubriacone, si imbattono in una cripta. Per incidente profaneranno la tomba della strega, il sangue del dottor Kruvajan risveglierà il passato che perseguiterà i Vajda, il principe e i suoi due figli, il giovane Constantine e Katia ( Barbara Steele, come sviene lei… ) identica al ritratto della strega. Ogni cosa al suo posto, ogni inquadratura, i tagli di luce, le musiche, reggono la prova del tempo. Sono passati 50 anni e peccato solo vedere questo film in cameretta, manco un temporale di fuori a fare da dolby surround, però vale lo stesso. Uno dei primi film dell’orrore italiani, ha dei legami con The Haunted Palace di Roger Corman, stupisce per la cura delle immagini e la messa in scena degli ambienti. Si arriva all’interno del castello attraverso un incubo, uno spirito che avanza lentamente lungo i corridoi, fino ad arrivare al cospetto del padre di Katia, a ricordagli la maledizione e a gettare la famiglia nel panico. Kruvajan ormai schiavo viene condotto dal padre per morderlo al collo da un cocchiere che è un tutt’uno con la notte, il malvagio Javutich che prima di venir sconfitto porterà con sé il maggiordomo, i cani e quasi Constantine. Spazio però anche alla storia fra il giovane dottore e Katia, minacciata e impaurita: dopo averla portata in braccio e fatta stendere, Andrej le sbottona la veste per farla respirare meglio, liberandole il collo e i sospiri tutti di chi ha assistito a tale gesto; ancora una scena in cui i due sono affianco nel giardino e discutono del futuro, l’unico momento in cui forse il film eccede in cortesie e vezzi d’altri tempi, poi il regista torna con mano ferma sulla scena e consegna il gran finale: la lotta corpo a corpo tra Andrej e il malvagio Javutich e l’incontro tra la strega e Katia ( interpretate dalla Steele ), attraverso una sorta di macabro orgasmo metempsicotico ( dovrei essere punito come il critico cinematografico di “Henry pioggia di sangue” in Caro diario ), la vendetta che sembra compiersi fino all’intervento della folla, torcia in mano e rogo in testa, istruita dal barbuto Pope. Sì, la strega sarà bruciata per compiere giustizia, però è un’altra storia.


CANI ARRABBIATI – ITA 1974, 96’. Regia di Mario Bava. Tutta un’altra storia, una ventina di film dopo “La maschera del demonio” si passa al thriller puro. Niente più carezze per lo spettatore. Si parte con una rapina ad un portavalori, un po’ di morti qua e là e un bottino da cento milioni di lire. Dottore, Bisturi e 32, questi i nomi dei rapinatori, trascinano con loro una donna e mettono in mezzo un uomo fermo al semaforo nella sua macchina; in più un bambino avvolto in una coperta che l’uomo nella macchina sostiene malato e bisognoso di cure al più presto. Fuggiranno prima lungo l’autostrada e poi attraverso strade di provincia; troveranno la morte e ben più di una sorpresa. Bisturi e 32 sono personaggi ai limiti della follia, il primo sempre con il coltello in mano o conficcato in gole o pance altrui, l’altro che cercherà in tutti i modi di seviziare la donna presa in ostaggio. Come spesso succede, questo tipo di film porta con sé la sottotraccia dell’abuso sessuale, che ovviamente prevede la presenza di un’attrice attraente, cosa che mi crea disagio perché sono attratto e pure disgustato. Film brutale dunque, che si concentra sulla tensione e sul rapporto tra i passeggeri chiusi in macchina, in una fuga estenuante; una sola traccia musicale per tutto il racconto, che sovrappone un ritmo martellante e angosciante con una melodia epica. Pare che esistano diverse versioni perché la casa di produzione fallì e il film non uscì mai nelle sale. Cattiveria messa in mostra, non si salva nessuno, neppure chi resta vivo.


“avevano paura di me. Paura di me, capisci?”: L’ULTIMO UOMO DELLA TERRA – ITA/USA 1964, 86’. Regia di Ubaldo B. Ragona, oppure di Sidney Salkow ( quest’ultimo non accreditato, mistero ). Tratto da “I am legend” di Richard Matheson. Opera davvero formidabile, semi-sconosciuta, capace anche di regalare autentici brividi e con un finale memorabile. Robert Morgan, uno scienziato, sopravvive da più di tre anni in una città deserta ( girato a Roma ), di giorno esce a fare rifornimenti e a eliminare i vampiri camminando fra i corpi inerti delle vittime dell’epidemia che ha colpito il mondo intero; di notte se ne sta barricato in casa ad ascoltare jazz per non sentire le voci dei vampiri che lo reclamano. Bisogna tenere da parte le considerazioni filologiche sui mostri in genere. I vampiri di giorno sono stanchi e di notte camminano come zombie, sono abbastanza stupidi, fuggono gli specchi, proprio perché si vedono forse, non sopportano l’aglio e vengono uccisi con un paletto di legno al cuore, oppure con aste metalliche, o anche sforacchiati dai proiettili. Morgan è immune ed ormai rassegnato a vivere ogni giorno come l’ultimo trascorso. Poi incontra un cane, e ancora una donna, la porta con sé ma è una trappola. Ci sono altre persone sopravvissute, in realtà sono contagiate ma grazie a un vaccino possono tenere a bada la malattia. Qui si risolve il film, e diventa ancora più grande, perché Morgan si ritrova ad essere braccato da questo gruppo di nuovi uomini, perché ne ha uccisi molti credendoli perduti e deve essere giustiziato. Se dal punto di vista visivo è grande l’impatto della città svuota, dei corpi distesi al sole, l’incredibile scenario cui si assiste, è in questo nodo il punto che mi ha fatto sussultare. Morgan sarà ucciso nonostante possa guarire gli altri, ormai ciecamente assetati di vendetta, e morirà incredulo di essere proprio lui, a far paura. Verrà braccato, e non sarà mai ascoltato. Non mi vengono le parole adatte, comunque più o meno la questione è che il racconto ( non ho letto il libro ) mette in atto un rovesciamento di sguardo: l’uomo combatte dei mostri, ma poi diviene lui il mostro, nonostante sia sempre lo stesso. Comunque la si metta, c’è un modo sbagliato di guardare alla differenza. Questa storia mette bene in luce il bisogno di conoscenza. Almeno il mio.