giovedì 18 ottobre 2012

IL MONDO NUOVO

« Essere, o non essere, questo è il problema: se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre loro fine. Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne: è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo, perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale deve farci esitare. È questo lo scrupolo che dà alla sventura una vita così lunga. Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo, gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge, l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni, quando egli stesso potrebbe darsi quietanza con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli, grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa, se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte, il paese inesplorato dalla cui frontiera nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà e ci fa sopportare i mali che abbiamo piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti? Così la coscienza ci rende tutti codardi, e così il colore naturale della risolutezza è reso malsano dalla pallida cera del pensiero, e imprese di grande altezza e momento per questa ragione deviano dal loro corso e perdono il nome di azione. »

Ore 17:00, italiano, compito in classe: breve riassunto del monologo, varie domande sul perché e il percome e infine la domandona: che ne penso io e i giovani ( ‘sti cazzo di giovani ) del suicidio e legami con il monologo. Due ore di tempo. In realtà quattro, ma io il giorno prima ero assente. Io ho pure letto un saggio sul suicidio, quello di Marzio Barbagli. E mi sono anche impegnato per tirare fuori qualcosa di sensato, pure nel breve tempo a disposizione, considerando che poi dovevo ricopiare in bella e rispondere alle altre domande. Considerando soprattutto che non so cosa pensano i giovani del suicidio e di Amleto, e neanche io in fondo. A un certo punto guardando i miei compagni mi è venuta la curiosità circa i loro pensieri. Chissà che avranno scritto. Io non ho resistito a tirare in ballo Ian Curtis e DFW, così alla cazzo di cane, un po’ per vedere se la prof mi chiederà chi sono ( magari li conosce ) e un po’ per vezzo, dopo un accenno a un amico che lavora in fabbrica e che un motivo per farla finita ce l’ha di fronte quasi tutti i giorni. Però in verità mi è piaciuto farlo, avere la sensazione di poter dire qualcosa di significativo con la campanella che incombe e la consapevolezza che no, non è in quelle mie poche righe, una ventina, che si cela un qualsiasi segreto. Se c’è una cosa che ho capito è mi affascina l’idea del suicidio, se un artista si è suicidato subito mi viene l’interesse per le sue opere. Molto comune immagino e molto banale. Quando ero più giovane ( dagli! ) e squinternato vivevo molto male, non so fino a che punto ne ero consapevole, ma certamente ripensandoci mi rendo conto di quanto tempo ho sprecato e di quanta vita ho fatto a meno ( non saprei come definire il fatto che una persona racconti i fatti propri sul web, una sorta di esondazione biografica, una estrema solitudine nonostante una vita sociale accettabile. Un po’ di tempo fa Elasti segnalò un blog di una giovane che raccontava il suo problema e a me pare una cosa incredibile, che supera l’interesse per Shakespeare ). Insomma, direi che questo monologo mi fa pensare a ciò che sta in mezzo, ovvero come vivere meglio. Come stiamo, dunque?

Infine il film, Alps, il secondo di Lanthimos che vedo, curiosamente l’altro film di lui che ho visto è stato il primo che ho recensito qua. Non so bene cosa dirne, l’altro ( Dogtooth ) mi pare migliore. Una farsa fredda e desolante, imbarazzante, a sprazzi ridicola. Partendo dalle parole del regista, è un film in cui delle persone cercano di sfuggire dalla propria vita per metterne in scena un’altra, impersonando persone defunte al servizio dei loro famigliari. Come Amleto non sa più se la sua follia sia recitata o vera ( almeno da quel che ho capito, o almeno da quello che c’è scritto sul libro di testo, dato che l’opera intera non la conosco ), così la protagonista non si accontenta di fingere.

mercoledì 17 ottobre 2012

martedì 16 ottobre 2012

...

Eterni cortili di scuola  ( schoolyards of forever ) - Charles Bukowski



il cortile della scuola era una fiera degli orrori: i bulli, i
fanatici
i pestaggi contro la rete di recinzione
con i compagni che stanno a guardare
contenti di non essere loro le vittime;
ci menavano per dritto e per rovescio
giorno dopo giorno
e poi venivamo
seguiti
presi per i fondelli per tutta la strada fino a casa dove spesso
ci aspettavano altre botte.

nel cortile della scuola i bulli avevano il potere in mano
e nei bagni e
alle fontanelle facevano
il bello e il cattivo tempo
ma a modo nostro noi tenevamo duro
non abbiamo mai chiesto pietà
li affrontavamo a faccia aperta
in silenzio
siamo stati temprati da quelle cose orrende
cose orrende che in seguito ci sarebbero tornate utili
e allora stranamente
mentre noi ci facevamo più forti e più spavaldi
i bulli a poco a poco hanno cominciato a stare sulle loro.

elementari
medie
superiori
siamo cresciuti come piante trascurate e fuori posto
trovando nutrimento dove capitava
sbocciando col tempo
e poi quando i bulli hanno cercato di diventare nostri amici
noi li abbiamo respinti.

poi l’università
dove sotto regole nuovi
i bulli si sono squagliati quasi del tutto
noi diventavamo di più e loro diventavamo molti di meno

ma adesso c’erano dei nuovi bulli
i professori
ai quali si dovevano insegnare le dure lezioni che avevamo imparato

godevamo da matti
era sontuoso e facile
le compagne costernate dal nostro rischiare
e dalla nostra freddezza
ma noi non ce le filavamo per niente
in attesa della battaglia più tosta là fuori

poi quando siamo arrivati là fuori
ci siamo trovati di nuovo con le spalle al muro
daccapo con altri bulli
profondamente rafforzati dalla società
capi e consimili
che ci hanno tenuto al nostro posto per decenni a venire
così che abbiamo dovuto ricominciare tutto da zero
per strada
e in anguste stanze di follia
stanze sempre con poca luce in pino giorno
è andata avanti così per anni e anni
ma il nostro addestramento precedente ci ha permesso di resistere
e dopo un tempo apparentemente
infinito
finalmente abbiamo imboccato il tunnel in fondo alla luce

è stata una vittoria da ben poco
senza canzoni da smargiassi perché
sapevamo di aver vinto molto poco dal molto poco che c’era da vincere
e che avevamo combattuto tanto duramente per esser liberi
solo per la dolce soddisfazione dell’impresa

ma ancora adesso vediamo il bidello delle elementari
con la sua scopa
e la faccia sonnacchiosa;
vediamo ancora le ragazzine ricciute
dai capelli meticolosamente spazzolati e lucenti
negli abiti appena inamidati;

vediamo le facce degli insegnanti
ingrassati ingobbiti infelici;

sentiamo la campanella della ricreazione;
vediamo l’erba e il diamante del baseball;
vediamo il campo da pallavolo e la rete bianca;
sentiamo il sole lassù sempre alto e lucente
che si riversa su di noi come il succo di un mandarino gigante

e non ce lo siamo dimenticati presto
Herbie Ashcroft
il nostro aguzzino principale
dai pugni duri come sassi

quando ci rannicchiavamo intrappolati contro la rete di metallo
e sentivamo il rumore delle auto che passavano senza fermarsi
mentre il mondo se ne andava in giro a fare quel che fa di solito
noi non chiedevamo mai pietà
e ritornavamo il giorno dopo e il successivo e quello dopo ancora
in classe
con le ragazzine dall’aspetto tanto calmo e sicuro
sedute belle dritte al loro posto
in quell’aula di lavagne e gesso
mentre noi restavamo cupamente aggrappati al nostro sdegno ostinato
per tutto quell’orrore e quei conflitti
e aspettavamo che qualcosa di meglio
arrivasse a darci conforto
in quel mondo da-non-scordarsi-mai
della scuola elementare.

(…and waited for something better
to come along and comfort us
in that never-to-be-forgotten
grammar school world. )


domenica 7 ottobre 2012

ECCOLI QUA


Non distinguere la luce dal buio mentre si aspettano notizie peggiori che il morire stesso.
Di fianco giacciono scatole di cioccolatini scaduti affiorano formiche da ogni dove
non respiro più come prima e mi annoio. Cosa provo a parte un leggero sconforto dovuto alle previsioni del tempo e alla lettura del giornale di ieri, chi osservo, chi sono questi tizi che camminano nella mia casa in cerca di oggetti che non  possiedo più da tempo?
Tu mi dicevi sempre che non è bello andarsene dal cinema senza vedere tutti i titoli di coda, ma io sapevo risponderti con una timida alzata di spalle che poi avrei comprato il dvd.
La spesa l’ho fatta, il meccanico è stato scortese e mi ha sbirciato insistentemente la scollatura, mentre io fissavo le sue mani sporche e il nero fra le unghie e il viscido negli occhi, desiderosa che morisse e cadesse così ai miei piedi.

Ancora mi manchi?

In questo sono simile ai pesci, può sembrare che non abbia niente da dire, che mi accontenti di aprire la bocca per prendere fiato, che mi rassegni al ruolo, a qualsiasi ruolo che mi sia stato assegnato, e basta, che io finisca lì, che esista solo su chiamata, solo se servo a qualcuno, a qualcosa.
Alla famiglia che senza di me, all’educazione dei figli, adesso anche nei parlamenti e nelle giunte comunali, nelle facoltà scientifiche, servo sempre di più. Servo.

Di nuovo avverto la sua ombra, le sue mani bramose di carne palpabile, vorrebbe strappare ogni tessuto sintetico che incontra, ogni fibra naturale che l’ostacola, sento il suo respiro affannato, sento che sta per cedere alla bestialità tramandata da millenni e anche di più, sento che ogni mio grido sarà malinteso, sarà linfa vitale per l’animale.

Anche ieri hai impiegato mezz’ora per accordare la tua chitarra, hai sempre paura di rompere l’ultima corda, la più sottile, sei stato fermo con il pollice e l’indice della mano sinistra a fissare l’accordatore elettrico che si è fatto buio e ho dovuto accenderti la luce, ti ho chiamato due volte e vedevo che tremavi un poco. Poi non volevi mangiare.

Non ho sonno, eppure dovrei. Domani mi aspetta una giornataccia; se passo la mano nell’altra metà del letto sento tutta l’assenza del mondo, sento una parte del mio cuore uscire di nuovo senza salutare.

C’è ancora spazio per la polvere nella mia testa, urla mia madre che sta seduta di fronte alla finestra a guardare il mare. Siamo al quinto piano. Nel palazzo ci odiano tutti. La chitarra di mio figlio e le urla di mia madre. Me stessa. Quando scendo e salgo le scale le occhiate mi trafiggono. Sento le buste della spesa strapparsi, le bottiglie d’olio andare in frantumi e la mia disperazione nuda di fronte alle risate sguaiate e sprezzanti sommergermi fino a farmi soffocare.

Ancora 4 in matematica. Più una specie di zuffa per colpa di una offesa. Una macchiolina di sangue altrui sui jeans e una convocazione dalla preside dell’istituto tecnico industriale.

E tu correvi con il sole alle spalle e ridevi con il naso all’insù. Eri felice e si vedeva.

La dimensione del lutto è tetra e commovente, però anche liberatoria, soprattutto nei funerali sotto la pioggia. Quando penso a qualcuno che se ne è appena andato, penso che il mondo sarà per un po’ più leggero, e anche il suo corpo, libero dal peso dell’anima, libero dagli sguardi degli altri, dai loro pensieri, onde che colpiscono, colpiscono sempre, micro punture insistenti fino a che la misura è colma.

Non mi crede più. Mio figlio da quando prende brutti voti a scuola non mi crede più. Dice che gli ho sempre detto che era bravo e intelligente e adesso dice che lo prendono in giro. Ora è meglio aspettare e sperare in un buon voto, mi va bene anche se in religione o educazione fisica. Ma ce l’avrà una fidanzatina?

Cos’è che mi manca allora, che mi aspetto ancora dalla vita, dalle vite, da quelle degli altri, da questa città, da questa casa con famiglie e luci accese a fingere il focolare domestico, cosa dovrei aspettarmi prima di invecchiare? Dovrei forse rimettermi in cerca di un uomo, un altro? Adottare una sorellina per allargare l’allegra compagnia, magari un cucciolo che costa pure meno, potrei uccidere la vecchia sorda che urla invece, e dare una svolta netta a questa storia, invece che lamentarmi; posso? Non ho vizi, non bevo e non mi drogo, mi lavo, fatico, mando avanti una casa e una famiglia.

Prenderai freddo così, còpriti - mettiti la felpa grigia quella con il collo alto... - sennò mettiti la sciarpa - a che ora torni? È troppo tardi, si cena alle sette e mezzo lo sai - come sarebbe che mangi da solo? –
Non se ne parla neanche.

Un vecchio assiste al suo riflesso di fronte ad una vetrina di un negozio di dolciumi, scoprendo nuovi solchi sulla pelle, nuove rughe, nuovi segni di un passato, mentre un tuono all’improvviso gli ricorda che è il momento, la vita prova a distrarlo per un’ ultima volta. No, queste sono scemenze.

Alle sue spalle rapinatori in maschera fuggono sparando colpi in aria, lasciandosi alle spalle i corpi sgraziati e macchiati dalla pioggia e dal sangue di due gemelline che ancora stringono i lecca-lecca in mano, le sirene della polizia strillano ma non per loro, è un giorno da cani e c’è molto da fare.

La benzina io la metto alla sera, quando torno dal lavoro, la metto da sola anche se d’inverno fa freddo e mi sporco le mani. Però l’odore che da bambina non facevo altro che aspettare ogni volta che uscivamo in macchina non mi stupisce più, non lo avverto neanche. Guardo lontano, il quartiere dove abito, si vede il mio palazzo, le luci accese a quasi ogni piano. Non so se è come dicono, che il cemento che avanza ha distrutto il paesaggio di un tempo, ma certo lo sguardo è sempre in prigione, senza possibilità di evadere se non volgendosi al cielo, non riesco più a pensare al futuro, ai miei spazi, sono finite le possibilità di immaginarsi i cambiamenti, vedo muri che stringono il cerchio, che tolgono il respiro. Non c’è spazio neanche per camminare, si cammina in macchina, a passo d’uomo con tubi di scarico come valvole di sfogo. La radio è meravigliosa, se non ci fosse la radio nel traffico ci sarebbero continue stragi, la gente comincerebbe a girare armata in attesa di una freccia non messa, di una macchina che si spegne, di un clacson stridulo e impertinente. Eppure arrivo tutti i giorni puntuale al lavoro, nel mio studio dai colori tenui e accoglienti con la musica da camera diffusa a basso volume, dove trascorro la vita ad ascoltare gli altri mentre penso a cosa aggiungere prima che il tempo sia scaduto e tocchi al prossimo.

M. prima di cominciare a parlare respira con ritmi irregolari e sembra prendere la rincorsa, poi è un fiume in piena di parole, fino a che si ferma di colpo, prende una grossa boccata d’aria che sembra che ricominci o che voglia chiudere con qualcosa di grosso e invece si spegne, guarda basso e produce un piccolo sospiro.

Capisce! La mia cacca, la mia cacca stava tutta nei pantaloni, era fredda, fredda! Era cacca morta. Non puzzava, però era fredda. E allora Napoleone doveva sentirsi solo in quell’isola lontana, così solo, e intanto la cacca mi faceva venire i brividi e la maestra mi guardava perplessa, mi diceva continua che stai andando bene, ma io mi sentivo come Napoleone, solo e in imbarazzo, ce la siamo fatta sotto tutti e due, poi ho chiesto di andare in bagno, la maestra mi ha risposto prima finisci, io ho detto non posso, poi ho detto sono Napoleone esigo di essere lasciato libero di andare in bagno, e tutti a ridere i miei compagni, la maestra si è spaventata perché io l’ho detto con una voce strana, una vocina come un diavoletto, stridula mi ha detto che si dice la maestra, che le ha fatto venire i brividi, perché anche i miei occhi erano diversi quando gliel’ho detto. E allora la maestra non riusciva a dire nulla e tremava e io che non ce la facevo più ho cominciato a mettermi le mani nelle mutande e a tirare fuori dei pezzettini di cacca, che un po’ era liquida e un po’ era solida, ma non puzzava, e allora i compagni tutti a ridere come matti, qualcuno strillava, qualcuno c’aveva proprio lo schifo dipinto in faccia, però io non riuscivo a togliermi tutta la cacca di dosso e allora mi sono abbassato i pantaloni e pure le mutande per fare meglio e sono rimasto con il pisello di fuori che era diventato tutto marrone e c’aveva la pelle raggrinzita perché poi mi hanno detto che quando i maschi sentono il freddo gli fa così il coso loro.



Prendo appunti, scarabocchi, farfalline e cuoricini. M. fa un lavoro molto semplice: è impiegato alle poste italiane, accoglie chi arriva all’ingresso e fornisce le prime indicazioni, preme i pulsanti della macchinetta che stampa i numeri per le file, tre pulsanti per le diverse operazioni.
Vive in periferia, una casetta con poche stanze ereditata dai suoi genitori; vive con un gatto, un gatto bianco e grasso, nella foto che mi fece vedere si capiva chiaramente; ha 41 anni. È brutto, non ci sono molte parole per farlo capire ed è anche spiacevole doverlo dire, perché sembra avercele tutte; è solo e brutto, ha una collezione di giornate tutte uguali divise per luoghi in cui ha trascorso la sua esistenza, la casa quando erano vivi i suoi genitori, la scuola elementare, la scuola media, il lavoro alle poste, la sua casa adesso. Per campare non gli manca nulla, può arrivare dritto alla morte senza intoppi, e più lo ascolto più mi sembra che non dovrebbe essere qui a raccontarmi le sue vicende, a farsi leggere i suoi sentimenti, a farsi cavare fuori da sé quello che tiene nascosto, quello che sarebbe stato se non fosse nato e cresciuto in mezzo alla sfortuna.

Ancora il vecchio dell’altro giorno. Ha un foglietto in mano. È una multa. Mi chiede perché gliel’abbiano fatta. Sulle prime non lo capisco nemmeno io. Poi capisco che ha parcheggiato troppo vicino alla carreggiata. Ci parcheggiano tutti. È toccata a lui stavolta. Gli chiedo se ricorda della rapina, delle bambine uccise. Niente, non capisce, pensa solo alla multa, a come fare per il reclamo. Lo accompagno al bar. Gli chiedo se ha i soldi per pagare la multa. Dice di sì, per fortuna ha la pensione. Ne ha due. Gli arrivano ancora i soldi dalla Francia, in cui visse per 10 anni appena dopo la fine della seconda guerra mondiale. È sposato, ha quattro figli, tre sono donne.

Eccoli qua, gli uomini che incontro.


sabato 6 ottobre 2012

500?









Charles Bukowski – Con i soldi

C’è questo fantino superstar che è stato preso da
per la parola scritta e una sera
a casa mia mi ha chiesto
“senti c’è niente che posso leggere?” gli ho risposto:
“be’, c’è un tale Céline, ha scritto un libro intitolato
Viaggio al termine della notte”.

un paio di sere dopo
mi ha telefonato.
“senti, non riesco a trovare quel libro in nessuna libreria”;
così gli ho detto dove poteva trovare
Céline.
un giorno l’ho incontrato all’ippodromo e gli ho chiesto:
“hai trovato quel libro o no?”
e lui ha detto: “certo”.
ogni volta che l’ho incontrato all’ippodromo dopo quella volta
gli chiedevo:
“hai letto quel libro o no?”
“no”, mi rispondeva.

l’ultima volta mi ha detto: “non mi ha preso”.
troppo lento”.
“cosa?”, ho detto io.
“eh sì”, ha risposto. “ho passato il libro a mia moglie”.
“ben fatto”, ho detto. “e allora?”
“ha detto che è deprimente”.

ho fatto la mia giocata e poi sono tornato in auto a casa, e pensavo:
non è possibile che stia parlando di Céline, non il Céline che ho letto io

quella piovosa sera invernale
così tanti anni fa
dopo una lunga giornata alla Compagnia Elettrica Acme passata
a imballare lampadari
in casse di legno.
leggendo Céline per la prima volta là in
camera mia
mi sono messo a ridere forte a quella folle verità
mi sono messo a saltare sul letto
mi sono messo a pancia sotto picchiando il materasso
con il pugno, pensando: nessuno è capace di scrivere
così, questo è il principio e la fine e la parte di
mezzo di tutto
quanto!

lo vedo ancora quel fantino all’ippodromo
di tanto in tanto, è una
pasta d’uomo, ma
davvero non è più lo stesso per
me.
parliamo soltanto dei
cavalli e la finiamo
lì.

( mai letto Céline )

Messa da parte la nostalgia, cosa resta? Origin of  symmetry, 16 anni – quante pose, quante possibilità di non pensare al futuro e pure di vedersi ovunque – 16 anni, non mi ricordo più. Forse era l’estate dei baci dati un po’ per caso un po’ per forza – o quella sarebbe venuta dopo – forse era già iniziato il mio personale Medio Evo ( senza splatter e allucinazioni ). Forse era solo un bel disco, per quel che ne capivo. Soprattutto era un disco vissuto, risuonato, era il credere che le cose fossero là dentro, incise in quel dischetto di plastica, che i Muse ( ma per ognuno valgano i propri ) fossero uno dei centri del mondo. E per molti lo sono ancora. Riascoltarli oggi, in cuffia, 11 anni dopo, è un’altra cosa. Che dire? I Muse prima erano un suono ben preciso, erano reminiscenze romantiche, erano ambiziosi nel far sembrare travolgente quello che era scarno, erano sull’orlo della caduta rovinosa. Erano un film a basso costo girato con talento immenso. Oggi sono un kolossal che rimescola pezzi di rock vario, sono un’onda d’urto con la musica alle spalle. Per un fatto di poco conto non fanno più parte di me, non mi hanno tradito loro, li ho lasciati io, e senza dire niente. Non si torna indietro, come in fondo si trae dal titolo del loro ultimo album, The 2nd law. Sul web ne ho lette di recensioni, grossomodo si dividono a metà fra positive e negative, e dopo tre ascolti, in cuffia e tutti in una notte ne scrivo qualcosa.

LE PORCATE: Supremacy – ingredienti: Led Zeppelin, James Bond, Morricone.
Survival ( meno il preludio: ma perché Bellamy non scrive una bella sinfonia o un concerto per piano e orchestra? ) – ingredienti: Queen, impeto sproporzionato, cori da duello all’ultimo sangue.
Explorers – ingredienti: candore e arpeggi, la neve là fuori, melodie riprese da riprese di riprese. Carrello a partire dal tenero abbraccio, stacco sul bambino sorridente, titoli di coda.

LA TENTATRICE: Madness – ingredienti: non lo so. Fa tanto ritorno a casa in macchina di notte ripensando alla scena di prima.

LA DANZERECCIA: Panic Station – ingredienti: Queen, funky, slap bass, ottoni, ammiccamenti vari

LA DANCERECCIA: Follow Me – ingredienti: battiti cardiaci neonatali, I Will survive, la discoteca in fa minore

LA THOM-YORKINA: Animals – ingredienti: John Frusciante meets Paranoid Android.

LA GNORRI: Big Freeze – ingredienti: la faccia tosta.

LE NOVITÀ: Save Me + Liquid State – ingredienti: canta il bassista. Beach Boys e - boh -Foo Fighters?.

LE COLONNE SONORE: Unsustainable + Isolated System – ingredienti: videogiochi, fantascienza, Philip Glass, bassi pompati, senso di fine imminente dovuta a un virus inarrestabile.







giovedì 4 ottobre 2012

IL MONDO NUOVO

Reality ( 2012 ). Regia di Matteo Garrone.
L’umanità varia e irripetibile. Ossessioni e stramberie pittoresche di massa, quella dell’apparire, dell’uscire dall’anonimato, dell’essere famosi. Lo sguardo sognante si posa sui moderni Freaks ( detto senza nessunissima voglia di giudicare, anzi, detto perché provo disagio quando mi pare di esercitare uno sguardo dall’altro in basso, con l’aria di chi pensa di un altro che è uno stupido ), che per fortuna sono talmente tanti da essere divenuti pubblico e protagonista  ( ecco, alla fine sono un potenziale fenomeno da baraccone, solo più controllato, più silenzioso, più consapevole magari ). Una fiaba senza l’atmosfera dei boschi e dei castelli, senza la magia Burtoniana, ma con i contrasti spiazzanti di una famiglia popolare ( per capirci ) che vive in un palazzo antico, si traveste per una Versailles trash ( ammesso che una volta non lo fosse ) e si strucca compostamente prima di andare a dormire. Peccato che l’ideuzza di andare in tv si insinui nel protagonista e lo travolga pian piano fino a fargli perdere ogni contatto con la realtà ormai sfuocata per sempre e fino a lasciarlo disteso e ridente. E poi Gaetano ( Troisi ), la sua timidezza o presunzione, i suoi tic. Non solo battute memorabili, ma una piccola indagine sui comportamenti, sul lasciarsi andare, sul bisogno di parlare, sulla gelosia.