giovedì 10 gennaio 2008

Fiction: il Tuo Nome e il Tuo Cognome qui

Già che sono a grottaglie e che non riesco a fare molto, ho partecipato ad un'antologia di racconti proposta da un mio amico. Appena esce, farò avvisi in pompa magna, per ora copio e incollo il prodotto di un paio di giorni di tentativi narrativi dopo anni che non m'arrischiavo. Sono contento soprattutto della fine, ma tra qualche giorno mi vergognerò di tutto, e soprattutto d'averlo postato.


IL TUO NOME E IL TUO COGNOME QUI
Come vedi, alla fine lo hai deciso tu, quando ti avrei raccontato cosa ho fatto in quei tre mesi in cui non ci siamo visti.
Certo, hai prima dovuto scoprire in che cartella tengo i film porno, e superare lo shock di trovare un file col tuo nome e cognome in mezzo a titoli più ameni. Ma ci sei riuscita.
A te l'idea non sarà sembrata granché divertente, ma quando ho iniziato a scriverti questa lettera mi sembrava l'unica collocazione possibile. Da me lo so che non ti aspetti chissà cosa: sono troppo pigro per aver vissuto più del solito in quel periodo in cui non ti ho cercata. Certo tu non è che ti sia impegnata granché a venirmi appresso, ma è la storia della nostra relazione, non è che posso pretendere.
Se proprio vuoi saperlo, in quei tre mesi ho fatto l'autista, e ho chiacchierato molto.
Tu a casa dei miei non ci sei mai stata, e magari devo spiegarti. Abitiamo in campagna, anche se mio padre è un fanatico del cemento e ha cercato di estirpare ogni briciolo di verde da quello che una volta era un giardino (e anzi ricordo, all'inizio c'era una vigna, dove ora fiorisce il nostro parcheggio). L'unica casa vicina a quella dei miei genitori è quella della mia zia materna. Mia zia dovresti vederla, rinvigorirebbe tutti i tuoi pregiudizi sul sud: è enorme, veste sempre pigiami e tutone, ha i capelli sempre a crocchia sulla testa ed è fissata con il bucato. Suo marito, per contrappasso, è un ometto magro, che si è vieppiù rimpicciolito con gli anni, sempre sulla buona strada per l'essere totalmente ubriaco.
Ecco, io avevo deciso di tornarmene a casa, lavoricchiare giusto per pagarmi qualche vizio, annoiarmi e magari trovarmi una ragazza giù, una volta che mi fosse passato il giramento che mi avevi creato.
Proprio in quel periodo, i due figli della mia zia enorme si sono messi nei guai: quello più piccolo, quello più sveglio, l'hanno arrestato per un motivo che non siamo ben riusciti a capire. Mia zia dice che non ha fatto niente. Mia madre sostiene che è per un furto in un appartamento, ma non si sa dove abbia preso quest'idea, e tra l'altro è l'unica a sostenerla. A me le perquisizioni che hanno fatto con i cani antidroga a casa dei miei zii un indizio me l'hanno dato.
L'altro credo che abbia chiesto il pizzo a dei negozianti, e per farsi prendere sul serio ha dato fuoco alla porta di uno dei negozi. Credo all'unico, nel mio paese, ad avere le telecamere di sicurezza. Questo, ripeto, era il cugino meno intelligente.
Ti capita mai di chiederti come è possibile che gente con cui sei cresciuta diventi alla fine così totalmente diversa da te?
A me mai. Perché vedi, già a sei anni io e i miei cugini eravamo totalmente diversi. Tra i sei e i dieci anni abbiamo sempre giocato assieme, in campagna. Una volta ogni due o tre mesi costruivamo un rifugio o, come lo chiamavamo noi, un "club". Sceglievamo un posto abbastanza nascosto, in garage o su un albero o in mezzo alla vigna (dove ora invece risiede la macchina di mio padre): a seconda della stagione, creavamo una specie di stanza, gli davamo un nome, la arredavamo e io portavo libri, fumetti e roba per disegnare. I miei cugini, lo ricordo benissimo, non portavano niente. Io non ne ero contento, ma fare i club da solo non era divertente. La parte bella era comunque avere un posto nascosto, in cui stare per fatti nostri, anche se poi non ci facevamo nulla. L'unica cosa che ricordo distintamente sono dei lunghi pomeriggi estivi - avremo avuto sì e no sette o otto anni - passati a fare considerazioni sulle dimensioni dei nostri piselli. Tra l'altro i miei due cugini hanno dei piselli enormi, da non crederci. Cioè, non li vedo nudi da allora, ma veramente erano già all'epoca troppo grossi. Chissà quanti complessi mi sarei risparmiato se avessi avuto dei cugini con dei cazzi normali.
Comunque nello stesso periodo i miei due cugini avevano anche ingravidato le rispettive fidanzate. Mi ero ritrovato in giro per casa - per casa mia poi, non so perché non gravitassero intorno a quella della suocera - queste due puerpere con i futuri sposi entrambi agli arresti. Le due formavano una coppia strana, ed era evidente che si odiavano. Una era la classica ragazza che in paese passa per essere figa: bellina, vestita benino, istruzione fino alla prima superiore, e poi scuola abbandonata perché a una femmina non serve. L'altra già a sedici anni era la copia carbone di mia zia, a dimostrazione di un Edipo irrisolto, a parte tutti gli altri problemi. La copia carbone di mia zia con i jeans aderenti.
Ecco, io ho passato tre mesi a scarrozzare queste due: sono andato dal ginecologo con loro. Le ho portate a trovare i miei cugini. Mia madre me l'ha chiesto con un argomento infallibile: tanto tu non hai niente da fare. Le ho riportate a casa la sera. Ci ho chiacchierato addirittura, mi sono fatto un'idea di come si immaginavano la vita assieme ai miei cugini, una volta che fossero stati rimessi a piede libero. Una volta quella più aggraziata ha fatto una battuta sul pisello di mio cugino: credo che ce l'abbia ancora enorme, anche se non è che ha un controllo perfetto del mezzo, a quanto pare. Ogni tanto gli ho parlato anche di te, di come c'eravamo lasciati, di come mi sentivo a dover fuggire da un posto per paura di incontrarti. Non ho mai detto loro come mi sembrasse essere tornato a casa, come mi sentissi un antropologo ad avere a che fare con loro e con le storie dei miei cugini, di come fosse strano interessarmi ai loro sogni di felicità e delinquenza in sedicesimo. Mi sono anche sentito parecchio stronzo, perché pensavo questo nonostante cominciassi a considerarle quasi due mie amiche.
Quella che sembra mia zia in confezione di lusso una volta ha voluto dirmi cosa significasse per lei essere innamorata. Stavamo andando a Brindisi, a trovare mio cugino in carcere. Era già primavera inoltrata, e io non ti pensavo spesso, in quel periodo. Quando ci siamo fermati a fare benzina ho pensato che potevamo sembrare una coppia e mi sono vergognato moltissimo, e cercavo di fare discorsi da cui anche il benzinaio potesse capire che io non stavo con quella là. Intanto lei mi raccontava di quando aveva conosciuto mio cugino, e io ho fatto l'errore di chiederle di cosa avessero parlato la prima volta che sono usciti insieme.
Lei non se lo ricordava. Di niente, mi sembra. Così mi ha risposto. Poi ha cercato di spiegarmi che il punto non era quello, che essere innamorati non ha niente a che fare con le cose che uno dice all'altro, neanche con quello che due fanno assieme. Non parlava di se stessa e di mio cugino, parlava in generale. Cioè loro stavano assieme, era così che si facevano le cose, si erano guardati ed erano usciti assieme e stavano assieme, facevano l'amore, e questo significava che si amavano. Si ricordava la scena di mio cugino fuori dal bar, che la chiamava. Comunque lei era sicura d'amarlo, e non contavano tutte le cazzate che lui faceva, non facevano neanche parte di quello che lei pensava essere la loro relazione. Io le ho chiesto un paio di volte che cosa volesse dire, quest'amore di cui parlava, se c'entrava essere felici quando sei con una persona, se vuoi proteggerla, se vuoi sentirti protetto. Lei non è riuscita granché a spiegarmelo, diceva che in fondo sì, era avere bisogno, ma anche sapere che qualcuno ha bisogno di te, che ti cerca. Non so se c'entra quanto è grosso il pisello di mio cugino, non ho avuto il coraggio di chiederglielo. Quando siamo arrivati a Brindisi, devo essere onesto, non ero ancora riuscito a capire che cosa volesse dire.
A me sembrava che non si amassero per niente. Che stessero insieme solo perché a stare da soli stavano peggio, e non erano capaci.
Vedi, poco dopo sono tornato a Pisa, non ce la facevo più a portare in giro le puerpere, e i miei cugini ormai erano ai domiciliari. È allora che ho deciso di venire a cercarti di nuovo. A te piace pensare che non ero riuscito a dimenticarti, e che ti amavo ancora, e a me piace fartelo credere. La verità è che forse adesso ti amo, ma allora mi sembrava solo che non valesse più la pena di stare da solo.
È per questo che non ti ho mai detto niente.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

non è possibile avere maggiori dettagli su questa bella storia ?

daniele esposito ha detto...

ehm... e' un racconto, in parte autobiografico (i miei zii e alcune caratteristiche dei cugini e delle fidanzate...), in parte no... dovrei scriverne degli altri magari... e' che sono pigro...

Anonimo ha detto...

come delle ? ma non era una ?

voglio la seconda puntata!