venerdì 12 dicembre 2008

Tranne i colori che gia' conosci

Solo più tardi, ieri sera, è arrivato Gianni, stropicciato come al solito. Ma un po' gia' te l'ho raccontato.
Non fosse arrivato lui probabilmente avremmo bevuto di meno. Gianni aveva voglia di chiacchierare e noi no, e questo era un buon accordo, perche' potevamo stare li' ad ascoltarlo, e Gianni e' troppo intelligente per chiedere consigli.
Una volta, qualche anno fa, mi disse che avrebbe voluto una vita da adulto: sposarsi, avere un bambino, essere costretto ad alzarsi ogni mattina alle otto. Ecco, diceva: questo mi renderebbe stabile. Poi lo hai visto anche tu, come e' Gianni, anche in questo periodo. Non credo che gli farebbe bene avere qualcun altro di cui occuparsi.

Ancora stamattina, per pigrizia e stanchezza, ma anche perché non avevo trovato la forma che avrei voluto, ritornavo a rigirarmi in testa le solite tre o quattro parole.
Qualche ora prima mi sembreava di star giocando: non ne avevo bisogno, ma seguire con un dito quel profilo, alcune ciocche di capelli, quel poco dei seni lasciati scoperti dalle braccia e dal piumone, non finiva di sembrarmi divertente.
Lei dormiva o faceva finta di dormire, per non essere costretta a chiacchierare, ma se si fosse svegliata come uno stupido le avrei detto: “Ti sto solo disegnando! Sto imparando a disegnarti”. O qualcosa del genere: ancora adesso non ho deciso quale sarebbe stata la frase più ad effetto, con quale l'avrei costretta a innamorarsi. Comunque, te lo ripeto, non era la peggiore delle scuse, per giustificare l'intenzione di ricordare lei e quella stanza il più a lungo possibile, e vedere quanto a lungo l’immagine sarebbe rimasta precisa, quanto presto la mattina l'avrebbe rovinata.
Se fosse stata sveglia, avrei insistito per fare l'amore un'altra volta, avrei cercato di chiederle cosa pensava, ma me ne sono voluto andare troppo presto, ma non ce l'ho fatta ad aspettare. Ci ripenso anche adesso, e non ho avuto il coraggio di controllare se dorme ancora.
Una volta fuori ho chiamato Carlo, l'unico che poteva essere sveglio ad un orario in cui la gente normale lavora già da un'ora.
Carlo non è la persona migliore a cui raccontare qualcosa: per ognuna delle cose che gli racconti lui sente il bisogno di tirare fuori quattro o cinque esempi di cose simili già capitate a lui, di fare paragoni, di fornire interpretazioni, generalizzazioni e teorie. Ma a Carlo non ero ancora sicuro di aver voglia di raccontare niente: ricordavo ancora troppo bene quando lei si é alzata per andare in bagno e per un attimo mi sono convinto che si sarebbe rivestita e se ne sarebbe andata e mi avrebbe lasciato lì. Ed eravamo a casa sua, oltretutto. La sensazione che, se fosse tornata a letto, per il resto della notte potevo rilassarmi.

Ieri sera io e Carlo eravamo gli unici ad essere usciti prima di cena, e i tre bicchieri di vino a testa che ci siamo bevuti sono stati più silenziosi del solito. Non c'eri tu, non c'era nessuna di quelle con cui Carlo di solito ci prova. Che bisogno avevamo di essere brillanti? Le serate di Carlo, e i suoi discorsi, di solito si snodano intorno ad una serie di donne di cui sente il bisogno costante di parlare. Ieri invece sono stato io che ho iniziato a raccontargli di una delle ragazze con cui ho lavorato il mese scorso. Come al solito lui mi ha detto che in quel posto ero fuori luogo, che lì sprecavo tempo ed energie che avrei dovuto dedicare a trovare qualcosa di meglio a Pisa. Non è durato tanto, forse anche lui si è rassegnato al fatto che voglia andarmene da qui. Gli dicevo che, ad insegnarmi un mestiere che avrei fatto per due mesi e che non aveva alcun bisogno di essere imparato, era stata una ragazza di qualche anno più giovane di me. Brutta, ma lo dissi solo per prevenire le sue domande. Suo marito – il primo, che' un altro ora si era aggiunto, uno che non sono mai riuscito bene a capire che lavoro faccia e come si comporti con lei – era stato ammazzato per strada tre anni prima. Lei aveva perso il bambino, in quell’occasione. Era incinta di pochi mesi e ora ce la stava mettendo tutta a restare incinta di nuovo, ma aveva qualche problema. Mi aveva fornito anche una spiegazione molto tecnica del perché non riuscisse a portare avanti una gravidanza, ma non ci ho capito molto. Qualcosa su dove dovrebbe attaccarsi qualcos’altro, e invece no. Mi raccontava queste cose durante le pause caffè o quando nessuno dei clienti aveva bisogno, o quando qualcuno dei responsabili si allontanava abbastanza da non dover far finta di lavorare. In una busta portava alcuni dei documenti del processo contro i tizi che avevano sparato al marito, e dei ritagli di giornale con la notizia. Ora che ci penso, forse non li portava sempre con sé, forse iniziò a portarli solo dal terzo o quarto giorno che lavoravo lì, e forse li portava solo per mostrarmeli, perché la ascoltavo, mentre mi raccontava quelle cose. Io cercavo di figurarmi come doveva essere lei prima di tutto questo. Lo sai che delle storie non mi frega niente, ma cercavo di immaginare come fosse lei prima di tutto questo, prima che perdesse il bambino, prima ancora che restasse incinta. Quelle carte che si portava dietro, se le portava in una busta di plastica, come io mi porto dietro le mele. Erano atti giudiziari, con quella spaziatura e quell’impaginazione tipica e assurda che ancora riescono ad avere, con i timbri fotocopiati, con le pagine mischiate. Roba con cui mi divertirei a fare il decoupage. Lei aveva – così mi disse – letto tutti gli atti del processo, ma perché l’avesse fatto non l’ho capito. Suo marito aveva smesso di drogarsi già da un anno e non spacciava neanche più, era lì in mezzo solo perché stava aiutando un cugino. Non lo so se poi e' come me l'ha raccontata lei, quando mi raccontano queste cose perdo la forza di fare domande, smetto di essere curioso. Carlo non ci credeva che non avessi polemizzato con la ricostruzione dei fatti che mi faceva Caterina, che non avessi perlomeno cercato di capire quanto ci credesse sul serio in quello che diceva. Io ero interessato, in quei giorni, a qualcos’altro.
Caterina non era diventata una persona migliore o più sensibile, per quello che le era successo. Neanche più triste. O più cinica, o piu' disillusa. Quando oramai lavoravamo assieme da dieci giorni, Caterina smise di parlarmi del primo marito per parlarmi del secondo, della solita processione di piccolissime incazzature di cui sembrano essere disseminate le vite della maggior parte delle coppie che conosco.
Carlo ci ha tenuto ad interrompermi per raccontarmi di un ex trafficante di droga con cui si era ubriacato a Sarajevo. Aveva visto il mondo, sapeva parlare diciassette lingue. Aveva avuto più donne di quante io e lui ci saremmo mai sognati. Anche con Carlo non mi viene di essere polemico, e ho accettato la storia dell’ex trafficante di droga come se tutto quello che mi diceva Carlo e tutto quello che gli era stato detto in quella sbronza fosse vero. Carlo gli aveva chiesto delle donne, di dov’era stato in Italia. Aveva passato un anno a Pisa, lavorava in un cantiere prima che una signora se lo prendesse come amante e lo mantenesse e rivestisse. A Carlo sembrava strano che a me interessassero particolari secondari: com’erano i baffi del tizio, era zoppo? Aveva un bastone? Lui non ci aveva fatto caso o non ricordava. Le poche cose che mi ha detto erano palesemente inventate lì per lì per farmi contento. Le mani com’erano? Come stava seduto? Si poteva disegnare, la pelle era liscia o era scavato dalle rughe? Era un vecchio, messo male, così mi ha detto Carlo. Mi sono dovuto accontentare. “E da giovane com’era?” , gli ho chiesto. Bellissimo, mi ha detto Carlo, altro e grosso, muscoloso. Una bestia bionda. Gliel’ho detto che trovavo tutta la descrizione un po’ nazista.
Carlo gioca a fare quello di destra, e mi spaventa essere d'accordo con lui su troppe cose.
Di Caterina non sono riuscito a capire cosa ci fosse intorno a quei due anni di cui mi ha parlato, quelli in cui e' morto il marito, quelli in cui e' andata ai processi e in cui si e' ritrovata ad uscire con il tizio con cui ora vive. Prima, e' come se non fosse esistita, ma e' lo stesso anche per lei, solo quegli anni sono a fuoco, solo in quelli lei ha l'impressione che le sia successo qualcosa. Non esiste una Caterina adolescente, e non esiste una Caterina adesso: mi interessava solo quando parlava del passato.
Ma in fondo, neanche quel passato era cosí interessante: non avrei continuato a pensare a lei neanche se non fosse arrivato Gianni, neanche se non avessi poi bevuto troppo e non mi fossi trovato a letto con una persona che non mi aspettavo, e che desideravo da tanto. Non era poi cosí interessante, davvero, neanche abbastanza da riempire una serata.

16 commenti:

elisabeth ha detto...

Per cui alla fine non ci sei mai andato a prenderti il caffé a Rozzano. E io che aspettavo qualche struggente descrizione di periferia urbana malfamata...

daniele esposito ha detto...

prossimo giro.

cippa ha detto...

rozzano? ROZZANO!

bleah

gustavo lanerchia ha detto...

ok, so che vuoi commenti sulla scrittura. solo che io sono stanco...dunque in sintesi, la base è buona....ma è tutto troppo onirico-solipsistico. Gli ambienti sono inesistenti. Com'è sta cazzo di camera in cui ti svegli?
e dov'è che bevi con sto carlo? c'è gente intorno?
e poi il ritmo...secondo me ci vorrebero variazioni di ritmi/tempi.

però in realtà ho letto di corsa e alla fine a te nun te ne frega gniente.

elisabeth ha detto...

http://www.youtube.com/watch?v=Yyrmh4QKUGE&feature=related

Secondo me questa potrebbe essere un'ottima soundtrack per un montaggio di scene fra questo e il post precedente :)

daniele esposito ha detto...

eli, dato il mio amore per i national lo considero un gran complimento.
Gustavo, grazie per il parere, benchè solo parzialmente positivo. Apprezzo molto.

elisabeth ha detto...

Il testo poi calza a pennello...

Lo sai che ora sono diventati famosissimi in America perché li hanno scelti per la colonna sonora di Gossip Girl e li vedi ovunque. Fra l'altro questa canzone esiste in una versione riarrangita per il telefilm che é pure molto piú bella e rockeggiante

Anonimo ha detto...

nel pezzo, chi legge percepisce incertezza sullo scopo di chi scrive: E COME SE SALTASSE DA UN FUOCO PROSPETTICO ALL'ALTRO...leggendo ho pensato, ma lui che scrive vuole: raccontare se, raccontare l'altro, raccontare se e l'altro, vuole essere espressivamente soggettivo o cerca di "far parlare" le cose .... forse dovrei rileggerlo.

daniele ha detto...

anonimo, un po' e' voluto, anche se non so quanto l'effetto finale sia dignitoso. Naturalmente (e il signor Gustavo qui sopra, per una volta meno caustico del solito, se ne e' accorto), il problema e' che non mi sento di avere ancora il fiato per scrivere piu' a lungo, e forse e' un'idea di scrittura, quella che ho in mente, che avrebbe senso solo sulla lunga distanza. Se ti viene il dubbio che dovresti rileggerlo, sono peró giá abbastanza contento. Grazie.

Eli: il punto in cui il testo calza a pennello e' quando dice "Can I get a minute of not being nervous/
and not thinking of my dick"?

elisabeth ha detto...

Oggi é stata una di quelle giornate in cui it seems that someone's peed on my cheerios per cui la cattiveria accumulata in giornata risponderebbe di istinto no,it doesn't but fits u perfectly.
Ma sono buona e fá conto non lo abbia fatto (anche se la coccardina blu in testa ti donerebbe). L'idea mi é venuta di piú con "I made a mistake in my life today/
everything I love gets lost in drawers".

Un solipstistico All But The Colors You Already Knows sarebbe cosí:
Inizio in un pub (atmosfera cupa e fumosa) con i due personaggi (narratore e Carlo) che parlano, la camera si avvicina e si inquadra primo piano del narratore, poi Carlo che parla, narratore guarda intorno, c'é musica dal vivo, inquadra The National suonano live acustico nel locale, ritorna al narratore, cambia la scena siamo altra sera (forse precedente), altro posto, altre persone fra cui un po di ragazze, cambia di nuovo scena, narratore a letto,si volta e guarda comparire una delle ragazze dal bagno contiguo alla stanza, ritorniamo al pub, saluta Carlo, esce dal pub cammina per strada, un po di neve a terra, luci fioche, fermata del bus,primo piano, cambia scena ed ecco un altro volto di donna, lui e lei che scherzano (coccarda blu?), arriva il bus, inquadratura fatta sul riflesso sul finestrino del protagonista sul bus in aria pensosa, ritorniamo a The National che suonano, rispresa sul nostro protagonista mentre scende dal bus, cammina (forse immagini con un porto di sfondo), ritorna immagine di lui e lei che scherzano, arriva a un portone suona, il portone si apre, l'immagine vá in fading, fine.

Ho trasformato il tutto in un videoclip in salsa pop, hihihihi :D

elisabeth ha detto...

Ops togliete la "s" finale da Know e bacchettatemi pure le dita

daniele ha detto...

eli tutto chiaro, puoi girare, se convinci i National.
Una sola, fondamentale, domanda: COCCARDA BLU?

elisabeth ha detto...

Magari... Era un gioco di parole fra la traduzione letterale e quella adattata; mi costringi a fare la prof di inglese con matita rossoblu:

"I wanna hurry home to you/ put on a slow, dumb show for you/ and crack you up/ so you can put a blue ribbon on my brain.."

Il blue ribbon é la coccardina blue che in tutti i film americani si dá come premio alle gare scolastiche, per cui nelle traduzioni meno letterali lo trovi tradotto come primo premio/riconoscimento prestigioso (curiositá: é anche l'insegna dell'Ordine della Giarrettiera).

daniele esposito ha detto...

ok, ora capisco! grazie!!

gianni ha detto...

allora, il mondini dice che il tipo con cui vai al bar sarebbe lui...però a me non torna.
urgono chiarimenti!

ah, un fine critico letterario ha affermato che potrebbe trattarsi di finzione letteraria.

daniele ha detto...

la seconda che hai detto, con qualche aiuto dalle persone a me prossime.