giovedì 13 ottobre 2011

Un programma credibile per la Sinistra Italiana

Non seguire il discorso del premier e relativa discussione alla camera libera molto tempo ai nostri valenti deputati della sinistra. 
Volevo perciò proporre alla loro attenzione un programma minimalista in due semplici punti, fotografato dalle parti della Valle d'Aosta (concretezza montanara, difatti). 
Con questo, secondo me le elezioni si vincono (anche se metà programma, noteranno i più scaltri, è copiato a Forza Italia/ PDL)


(P.S. Sono l'unico ad aver riso moltissimo per uno dei motivi addotti da B. circa la necessità di cambiare nome al PDL, e cioè che le persone lo chiamano LA PDL?)

mercoledì 12 ottobre 2011

Finnegans Wake, il nuovo romanzo di Domenico Scilipoti


E' un periodo incasinato, ma presto ritornerò a postare con un minimo di continuità (da quanto lo ripeto?) e ci sono pure delle ottime recensioni di Stefano in coda (grazie Stefano!)
Intanto: ho trovato su nonleggerlo un comunicato dell'ottimo Scilipoti, l'uomo delle 65000 visite alle favelas brasiliane, quello che il 14 dicembre si è immolato per la patria ma che ora ci sta ripensando. Ve lo dono, perché è un pezzo di bravura gaddiana/joyciana quasi incredibile.
Sono lacerato dal piacere, nella mia individualità personale e familiare.



Roma, 08/10/2011. La insensibilità di Chi pensasse con aprioristici veti di impedire soluzioni utili, reali, definitive ed attese a dimostrare esclusivamente la insopportabile distanza e la tracotante diffidenza che, purtroppo, insistono tra detentori del potere e rappresentanti dello Stato esclusivamente formale e cittadini comuni facenti parte unicamente dello Stato reale, è a terribilmente dimostrare quanto si pensi di poter calpestare utilità sicure, vantaggi pratici ed attese popolari indilazionabili, coniugando la sussistenza di farraginose, non più tollerabili ed insuperate, sterili pendenze, peraltro costose ed assolutamente carenti di vantaggiosi riscontri, con soluzioni di immediatezza ed ovvia utilità. Con ciò è a significarsi quanto l’essere pateticamente teoretici congiunga e faccia attanagliare il bieco conservatorismo di facciata, privo di efficacia e latitante di praticità, concretezza e sensibilità alle contrastanti esigenze sia di taglio economico e finanziario statuali come anche alle attese più sentite di milioni di cittadini indebitati e lacerati nella propria individualità personale e familiare.

On. Dott. Domenico Scilipoti
scilipoti_d@camera.it
www.domenicoscilipoti.it

lunedì 3 ottobre 2011

Cosa racconteremo dei film che (non) vedremo di questi cazzo di anni zero




(LA RUBRICA DEI FILM DI STEFANO - Stef, vai a vedere Sex and Zen 3D e ce ne fai la recensione?)
THERE WILL BE BLOOD – USA 2007, 158’. Regia di Paul Thomas Anderson.
Raramente mi è capitato di vedere un film con una tale forza espressiva capace di farti rimanere immobile al punto che quando rifiati dopo una scena hai le gambe che ti fanno male. Prima se pensavo al cinema puro pensavo a Kubrick o Leone, adesso mi viene in mente subito questo film.
I primi quindici minuti, favolosi, con una sirena ( Jonny Greenwood, suoni con la band più fica e sei pure un gran compositore! ) sparata verso le frontiera, dove un uomo è in cerca di sangue nero.
Certo bisogna menzionare Daniel Day-Lewis ( e bisogna vederlo in originale sennò non vale ) e accennare alla storia. Daniel Plainview è uno che sa trovare i pozzi buoni, porta con sé il figlioletto orfano del suo amico, sia per devozione che per far buona impressione con la gente, e un giorno si imbatte in un ragazzo che dice che dove abita lui di petrolio ce n’è a volontà. È la svolta. Plainview accresce sempre di più le sue fortune, arriva a rifiutare contratti milionari per fare di testa sua e portare il petrolio ovunque senza bisogno di nessuno. Ma più il petrolio viene estratto più cresce il suo odio, verso tutti. Verso il predicatore con cui deve scendere a patti per farsi vendere le terre dalla gente che pende dalle sue labbra; verso suo figlio, rimasto sordo dopo l’incendio alla torre d’estrazione, verso chiunque provi a vivere in maniera serena. Musica: Fratres di Arvo Pärt e questo di Brahms. Poi i pezzi di Greenwood: Popcorn Superhet Receiver, Prospectors Arrive e Convergence.


LA ZONAMEX 2007, 97’. Regia di Rodrigo Plá.
Questo film invece ti attanaglia con la miseria umana, con il razzismo e la ferocia di cui siamo capaci. Ambientato in Messico, ma pare che nel futuro prossimo sorgeranno “zone” in diverse parti d’Occidente, dove all’interno di una grande città sorge un quartiere speciale, una zona appunto, con i muri e i recinti, con l’ingresso e l’uscita controllati da guardie private, con un proprio sistema di video-sorveglianza e un’assemblea di quartiere. Soprattutto la possibilità di negoziare leggi private in accordo con lo stato. Non bisogna per forza essere straricchi per vivere nella “zona”, basta non essere come i poveri là fuori, la feccia. Succede che tre ragazzi entrano di notte grazie alla corrente che salta, irrompono nella casa di una signora per derubarla e uno di loro la ammazza. Interviene una guardia che uccide due di loro e però a sua volta viene uccisa da un residente armato. Il quartiere cercherà dapprima di non far sapere niente alla polizia, poi quando non sarà più possibile, e intanto il ragazzo superstite è in trappola, si metteranno d’accordo con le solite mazzette. Alejandro, uno studente non del tutto convinto della bontà di vivere dietro un muro, finisce per fare amicizia con Miguel, il ragazzo superstite, lo filmerà mentre confessa i suoi reati, e cercherà di farlo uscire dalla “zona”.  



CONSUMATI. Da cittadini a clienti – Benjamin R. Barber ( 2007 anno d’uscita, 2010 anno di pubblicazione in Italia)
Barber considera il capitalismo come malato, non certo come una malattia. Descrive il cambiamento avvenuto nell’essere passati da una società spinta dall’ethos protestante ( parlando spesso del saggio di Max Weber ) ad un ethos infantilistico, passando per la privatizzazione del cittadino fino alla società totalizzante, in cui il marketing conquista ogni spazio possibile. I passaggi che ho trovati attinenti ai due film sopra sono quelli in cui racconta i capitalisti di una volta ( addirittura Jakob Fugger ), parlando di Rockfeller, che mi ha ricordato il Daniel Pleinview del Petroliere. Così viene descritto Rockfeller, citando un passaggio dalla biografia scritta da tale Chernow: “nell’intento di imporre un ipertrofico desiderio di ordine in un industria senza legge e senza Dio, che poi era quella petrolifera, Rockfeller dimostrava una brama di dominio […] un atteggiamento di superiorità messianica, e un disprezzo per gli inavveduti che si mettevano sul suo cammino, oltre che una forma di crudeltà competitiva, mancanza di scrupoli e collusione su larga scala senza precedenti”. Tutto ciò comunque inserito nell’ottica dell’ethos protestante.

Per quanto riguarda il film messicano ho trovato questo lungo passaggio: “negli ultimi vent’anni abbiamo assistito all’esternalizzazione e alla privatizzazione delle funzioni di polizia nei paesi sviluppati e in via di sviluppo, ancora una volta guidate dagli Stati Uniti”. C’è un accenno alle carceri for profit, non più attente alla punizione e alla riabilitazione dei cittadini, ma alla competizione con altre aziende. Infine si arriva “all’assunzione di agenti di custodia privati e la creazione di comunità chiuse e segregate che caratterizzano sempre più le periferie americane, che tentano di isolarsi dal degrado urbano. A Parigi e Londra, la valenza è opposta: lì le ricche enclave del centro cercano di isolarsi dalle banlieue. L’isolamento è però inefficace: gran parte dei mali urbani, dalle droghe e dalle gang alle armi e alla delinquenza giovanile, hanno seguito le popolazioni del ceto medio che si ritiravano dalle zone centrali per rifugiarsi nelle fasce suburbane e nelle aree verdi decentrate. E i ghetti della periferia non isolano le élite del centro dalla violenza e dal caos, come hanno imparato i francesi nell’autunno del 2005. La privatizzazione della sicurezza non funziona un granché. Inoltre, isolare le comunità povere privatizzando la sicurezza per i ricchi vuol dire dividere il popolo e corrompere la cittadinanza democratica. Significa minare il concetto stesso di sicurezza pubblica, la cui legittimità dipende interamente dal suo essere costituita e applicata collettivamente. Distribuire i benefici della sicurezza in base alla classe o al reddito o permettere a gruppi di una comunità di creare una propria sicurezza privata significa, di fatto, abrogare il contratto sociale”. Ci sarebbe anche da menzionare il paradosso delle guardie di sicurezza private utilizzate nelle missioni all’estero ( vedi Iraq ), con la situazione assurda dell’ambasciatore statunitense protetto da esse invece che dai soldati. Oltre al fatto che gli appalti sono assegnati dagli uomini di governo che siedono nei consigli d’amministrazione delle società a cui vengono assegnati tali appalti. Senza contare che queste forze “speciali” in pratica non rispondono a nessuno.

lunedì 26 settembre 2011

I gravi problemi della città di Lecco


Impossibile non notare le locandine della Gazzetta di Lecco, sabato.
Problemi gravissimi, dalle mamme col SUV (chi non ricorda il "Puttanone col SUV" di Gino e Michele?) agli ex che si trasformano in stalker (incazzatissimi, probabilmente, perché sono stati lasciati dopo aver regalato il SUV)

venerdì 23 settembre 2011

Lista outing: pensavo non mi avrebbe sorpreso, e invece ...


leggendo la lista di "outing forzato" sui politici "gay ma omofobi"  devo dire che sono rimasto sconvolto dalla supposta gayezza di Calderoli. Adornato era facile, Milanese si dice in giro da un sacco (e idem del suo coinquilino), ma Calderoli mi pareva un maniaco eterosessuale.

giovedì 22 settembre 2011

la perduta arte del tradurre titoli

"Although You End Up Becoming Yourself" è un libro di David Lipsky su David Forster Wallace. In realtà l'intero libro è la sbobinatura di alcuni giorni di conversazione tra DFW e Lipsky, all'epoca inviato del Rolling Stone. Le cassettine registrate da Lipsky dovevano servire per un articolo che non è mai stato pubblicato, e Lipsky le ha recuperate dopo la morte di DFW.
L'ho letto, in inglese, quest'estate. Carino. In alcuni momenti fa venire voglia di picchiare fortissimo Lipsky: ha sottomano DFW, che incidentalmente dice delle cose fighissime o tristissime o verissime, e lui continua a chiedergli com'è essere diventati famosi. E insiste. Per quattro giorni.
In altri momenti, invece, a Lipsky gli si è grati, perché, incidentalmente, DFW, nonostante le domande sceme che gli fa l'intervistatore, dice cose fighissime.
Il titolo è una frase dello stesso DFW, pronunciata mentre parla dell'educazione ricevuta dalla sua famiglia, dal fatto che la sera leggessero in salotto tutti assieme e che i genitori fossero intellettuali e quindi abbiano stimolato da questo punto di vista sia lui che la sorella, ecc. DFW dice di essere contento di aver avuto un'infanzia e dei genitori del genere e si dice convinto che tutto questo ha avuto un'influenza sul suo essere scrittore "sebbene poi alla fine tu finisca per diventare te stesso".

Ecco. Nel momento in cui Minimum Fax si decide a tradurre e a pubblicare il libro di Lipsky, potevano lasciare qualcosa  di simile al titolo originale? Oppure scegliere un titolo meno di merda e meno da manuale di autostima di questo orrido "Come diventare se stessi"? E poi: "David Foster Wallace si racconta": ma de che? Ma perché abbassare il livello di quello che si produce, di default, anche se è rivolto a un pubblico idealmente medio alto? Se non l'avessi già letto lo boicotterei, a priori.



venerdì 16 settembre 2011

Visioni Estatiche Approssimative (la rubrica dei film di Stefano)


Premessa doverosa e imbarazzata: Ebbene sì, anche io talvolta faccio scorrere le immagini velocemente per saltare i pezzi noiosi. Sarà il caldo di fine luglio, il sonno che avanza, i film che vedo. In sostanza ho dato fondo ( naturalmente è impossibile, vedi una cassetta e ne registri due ) ai resti di nottate passate a reccare Ghezzi fuori sincrono.

LA VALLE CHIUSAFRA 2000, 144’. Regia di Jean-Claude Rousseau.
Visto per la gran parte di pomeriggio dopo aver inserito la modalità Tour de France ( d’ora in poi TdF ). Il TdF non è una manifestazione che si segue alla tv come il calcio o le corse, oppure la pallacanestro, la pallanuoto, il tennis. È una sorta di pennichella estiva prolungata di circa tre ore, cullati dalle voci dei cronisti; purtroppo Bulbarelli è passato dietro le quinte ma rimane Cassani, con la sua erre un po’ francese a spiegare i rapporti delle catene e tutto lo scibile ciclistico, compresi i piazzamenti di ogni corridore dal primo triciclo in poi ( sospetto che in realtà il ciclismo abbia una cosmogonia abbastanza flessibile per cui ogni ciclista ha una biografia possibile, con corse e vittorie personalizzate ). Non è che bisogna guardare il TdF ogni minuto, ci si stende sul divano, magari ogni tanto si sgranocchia qualcosa e si aspetta; un occhio ammirato al paesaggio, magari un pensierino di passarci le vacanze ( meglio ancora leggendo un articolo di Gianni Mura ); rilassati, fino alla fine. Se c’è un momento importante avvertono i commentatori alzando il tono di voce. Ecco, il tono di voce è il problema principale del rischio di seguire i film con tale modalità. Nel caso del film in questione, quasi totale assenza di sonoro e accenni di voce sempre cortesi ( en française ), l’abbiocco completo è un pericolo costante. Il film è diviso in capitoli, dai titoli naturalistici, e qua e là una voce spiega il perché del giorno e della notte, le piogge e i venti, ma a livello di prima elementare. Abbondanza di inquadrature fisse su scorci, paesaggi, fiumi, viottoli, sentieri; poi interni di case, cucine, letti, orologi, lavelli, armadi. Spesso ad inizio capitolo ci sono dei turisti. I momenti più vivaci sono stati due filmini di repertorio che riprendevano momenti di vita di alcune signore, i panni stesi al sole e cose così. Mentre lo stavo vedendo sul 3 davano Caterina va in città – ITA 2003, 90’. Regia di Paolo Virzì, film che mi piace sempre rivedere tranne nei momenti in cui il personaggio di Castellitto si rende ridicolo, cosa che mi provoca un senso di vergogna insostenibile ( giuro! ) e devo distogliere lo sguardo. La valle chiusa mi sà che siamo davvero in pochi ad averlo visto, riaffiorerà ogni tanto come gli amori sconfitti sul nascere, narrati con perizia da Cassani e Bulbarelli come le fughe dei giovani solitari ripresi sempre a pochi metri dall’arrivo. Ci avevano creduto, ci si crede sempre quando si parte, poi ti superano e resti a guardare.


THE EMBRYO HUNTS IN SECRET – Jap 1966, 72’. Regia di Kôji Wakamatsu.
Tutto in una notte. Pioggia battente, “non qui, andiamo in casa”. La casa non è arredata, qualcosa non va. La ragazza fa la commessa, però arrotonda con “il più antico” eccetera. L’uomo è pazzo, decisamente; è anche impotente o sterile, ma soprattutto è pazzo. Piange la mamma e la moglie fatte a pezzi in passato, oppure sono scappate ( nella follia non si capisce ), e vorrebbe ricominciare con questa nuova. La lega, la frusta, la ricopre di monologhi deliranti sui cani, la riduce a schiavetta  a quattro zampe. Finché dura. Cos’è che mi è piaciuto? Mah, direi le prime scene, alcune inquadrature. Strano il commento musicale, quasi sinfonico, per un film girato tutto in poche stanze. L’inizio invece bello, con una cantata rinascimentale ( mi ha ricordato il furbetto Lars di Antichrist ). Estenuante, pure lo avevo visto qualche anno fa.

VICINO AL MARE AZZURRO – URSS 1936, 71’. Regia di Boris Barnet.
Yussuf e Aliosha ( in genere la “h” diventava “k” ) approdano in un Kolchoz ( chiamato Luci del comunismo, i collettivi di lavoro in pratica ) del Mar Caspio, per lavorare come marinai e meccanici; si innamorano della stessa donna, che però rimane fedele al suo fidanzato temporaneamente lontano per la guerra. Un po’ di scazzi, alla fine se ne tornano a casa. Bello il mare, con la luce che pare oro. Bello visto dal mio schermo piccolino che pare un oblò. Bella la gente, coi fisici asciutti e gli occhi vispi.


SOTTO IL SEGNO DELLO SCORPIONE – ITA 1969, 100’. Regia di Paolo e Vittorio Taviani.
Strano film, davvero. Un gruppo di uomini che fugge da un’isola devastata dal terremoto e dal vulcano si rifugia in un’altra isola. Trovano una comunità ben avviata che cercano di convincere che la cosa migliore sia partire per il continente, per costruire lì, senza più vulcani di cui aver paura. Non sappiamo nulla di loro, la musica spesso copre quello che dicono, si colgono frasi qua e là, intenzioni, raggiri, violenze improvvise scandite da rumori fortissimi, sirene impazzite. Il compositore è Vittorio Gelmetti ( collabore per l’elettronica in Deserto Rosso ), uno di cui vorrei poter ascoltare più cose, ma sono difficili da trovare. All’inizio sembrava un film sulla lotta all’ultimo sangue, l’istinto di conservazione, poi invece no. Generazioni a confronto. Padri contro figli. Mistero.