mercoledì 11 gennaio 2012

Cosa volete sentire


Questo bel libro raccoglie i racconti di 13 cantautori, alcuni hanno una band, racconti che hanno come tema principale il loro lavoro ( benché qualcuno ci tiene a dire che non è un lavoro, forse Giorgio Canali ), dalle prime imbarazzanti esperienze, i concertini davanti a quattro persone spaiate e sedute all'aperto sono imbarazzanti, i contatti con i locali e dato che comunque molti di loro sono se non proprio famosi, affermati, i contatti con le case discografiche ( ma quand'è che falliscono? ). Ma non solo, alcuni raccontano anche vicende più personali che poi si ricollegano in un modo o nell'altro alla musica. I miei preferiti sono quelli che raccontano proprio la vita dell'artista, fondamentale dunque la guida per improbabili musicisti in tour di Dario Brunori ( Brunori Sas ) e Mai Land di Rossano Lo Mele ( Perturbazione ). Il bello poi è che grazie a Youtube, uno si legge un racconto e poi si va ad ascoltare le canzoni di chi l'ha scritto.

venerdì 6 gennaio 2012

Il paese più stupido del mondo

È bene dirlo subito, il paese in questione non è il Giappone, ma l'Italia, almeno per un sondaggio. Certo è che alla fine si ha l'impressione di un confronto fra due estremi, la simpatica e gioviale cialtroneria italiana, e la ossessiva osservazione delle regole giapponese. Ma non c'è solo questo, o meglio non è questo il punto. Nel procedere del viaggio che l'autore ha intrapreso per motivi di lavoro, due mesi di insegnamento in una università ( la "prestigiosa" The University of Tokyo ), c'è il continuo scontro tra i pregiudizi che uno si porta dietro e la voglia di capire e di conoscere, di andare oltre la superficie, trovare l'essenza. E invece è la superficie che conta, o meglio, non c'è nessuna essenza, siamo limitati, nelle nostre possibilità e nel nostro tempo. Ciò che mi è piaciuto di questo libro, e devo dire che lo rileggo spesso in qualche passaggio, è che racconta in maniera piacevole dei tratti, delle giornate, delle cose curiose di un paese, cerca di affrontare gli spazi più nascosti, come la competitività esasperante, una struttura sociale bloccata, la difficoltà per chi è straniero di vivere in quel posto ( per i turisti è una pacchia ), il prezzo da pagare insomma per essere una società che cerca di prevenire ogni male e di essere controllata fino ai movimenti del corpo. E stiamo comunque parlando delle impressioni di una persona che ha fatto un viaggio e racconta ciò che ha visto, e lo scrive senza certezze, con uno stile appropriato per il cazzeggio intelligente che mi è caro.

mercoledì 4 gennaio 2012

Almost famous ( l'underground è vivo e lotta insieme a noi )

Il loro sito, poi un pezzo:



Li ho visti dal vivo, dalle mie parti, purtroppo sono arrivato quasi alla fine. Ho poi scambiato qualche battuta con il bassista visibilmente ubriaco che intanto ci provava con una mia amica. A dire il vero non saprei dire quanto e se mi piacciano, ma in effetti non è così importante. Suonano parecchio in giro, beati loro!

martedì 27 dicembre 2011

Sotto l'albero niente


C'è una questione che mi è venuta in mente, mentre leggevo e dopo aver visto il documentario. Si parla dei padri e di prendere una strada, e di sapere qual è il proprio dovere. Che il mondo di chi è andato in guerra nella prima metà del Novecento era un mondo dove la libertà stava a significare libertà dallo sfruttamento e da condizioni di vita disumane e anche parlando con mia nonna ho capito o almeno mi è sembrato di capire che non veniva in mente di chiedersi "come sarà la mia vita", "cos'è che mi piace fare" o cose di questo genere. C'era da faticare e si faticava, c'era poco da mangiare e poco si mangiava. Uno dei personaggi del libro di Wallace quando sta per essere sospeso dall'Università dice "chissenefrega", che è lo stesso "chissenefrega" dei padri di cui sto parlando, lo stesso pilota automatico, solo che per quest'ultimi significava prendere i lavori noiosi o sfibranti così com'erano, mentre li facevano, mentre per lo studente sospeso è il non pensare mentre non sta facendo niente, è il vuoto. La libertà di fare è spiazzante. Mi pare di dire cose sciocche, perché poi la maggior parte delle persone lavora e magari sa benissimo cose deve fare e sta bene, non so. Ho un amico che lavora in fabbrica e la cosa non gli fa certo bene, anche se non sta in catena di montaggio, è comunque pesante. E parlarne non serve a nulla, non aiuta, bisogna lavorare. Gli eroi dell'Agenzia delle Entrate Wallaciani sono veramente eroi, tutti quelli che vedo lavorare attorno a me, i miei amici che mi dicono "beato tu che non fai un cazzo" e ci facciamo una risata e in effetti io sto qua davanti al pc a pensare a qualcosa di sensato da scrivere a proposito di questo libro che sto leggendo ( un'altra opera straordinaria di un mio beniamino ), quando potrei limitarmi a mettere la copertina e via, e magari non rovinare nulla con le parole che davvero non contano. Sarà che avverto anch'io la mia insignificanza di fronte al mondo e voglio assolutamente lasciare tracce, come in un passaggio del libro, tanto forte da metterlo in quarta di copertina. Sarà pure che sono bravissimo ad affrontare la noia, e il libro ne è pieno, e secondo Wallace dovremmo parlare della noia; solo che è noioso, e dunque nessuno ne parla, ma per lui ci sarebbe non dico da divertirsi ma qualcosa da imparare. Cosa c'è dietro alla noia dunque?

Il film documentario si chiama "Passano i soldati", è di Luca Gasparini, ci sono le musiche di Massimo Zamboni ( CCCP ) e per questo l'ho visto. Luca va alla ricerca dei compagni alpini del padre, con cui egli andò in Russia durante la seconda guerra mondiale, intervista la madre e la zia, di passaggio ci sono anche Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli che di quei giorni hanno scritto, e alla fine c'è modo anche di commuoversi ascoltando le parole del regista che dice al padre che ogni tanto se gli viene voglia può scrivergli, senza starci troppo a pensare, e il padre risponde con una delle ultime lettere in cui riconosce di essere un rompiballe.


domenica 25 dicembre 2011

Sotto l'albero niente


DRIVE – USA 2011, 100’. Regia di Nicolas Winding Refn. Wow! Come direbbero i Verdena ( a me piacciono, a voi? ). Avevo sbirciato qua e là per la rete in cui si diceva di un gran film, d’altronde a Cannes non è che premino il primo che passa, e le aspettative sono state confermate, anzi di più. Perché non sapevo bene di cosa trattasse e così mi sono lasciato trasportare alla grande. Va detto che è un film per tutti fino a che non si complicano dannatamente le cose, per cui ci tengo ad avvertire chi non sopporta la violenza sullo schermo. Partenza strepitosa con un film ( un cortometraggio perfetto ) nel film, dove ci viene presentato il protagonista, l’eroe bello e impassibile, calmo e risoluto, che conduce due rapinatori al sicuro dalla polizia. In seguito avremo un’ambientazione notturna stupefacente, che può ricordare le storie di Elmore Leonard e tanti altri che non conosco, cullati dalle tastiere di Cliff Martinez ( proprio lui: ex batterista dei RHCP. Mistero nella colonna sonora: nei titoli di testa io ho letto Angelo Badalamenti, che però pare non c’entri nulla, e poi ho chiaramente ascoltati due pezzi di Trent Reznor, eppure nessuno ne ha parlato nelle recensioni, mah ), da alcuni pezzi stile anni ’80 azzeccatissimi, che creano una specie di viaggio fra Blade Runner ( le panoramiche sulla metropoli e i synth ), tutto il pulp possibile e vario cinema ( il protagonista che impugna il martello è “Old Boy” ). Nella prima parte c’è una rarefazione di parole e azioni, c’è la storia di due persone che pian piano si conoscono, si guardano sempre più da vicino, tutto così perfetto, come il protagonista quando guida; è un asso, che si tratti di scene per i film d’azione che gira o di rapine, o quando ripara auto nell’officina dove lavora. Poi arrivano i cattivi, e il nostro eroe non è da meno. Lascia senza fiato, per alcune scene d’azione, per l’improvvisa efferatezza, per gli sguardi di chi sta per perdersi. Le sonorità risplendenti fanno presto a rabbuiarsi, a sommergerci di cattive vibrazioni, nelle storie c’è sempre qualcosa che va storto e lo sappiamo, ma vogliamo sempre sapere come va a finire, soprattutto in un film come questo. Farebbe il paio con “Bittersweet Life”, film sud-coreano di qualche anno fa tra i miei preferiti in assoluto, però appunto il primo amore non si scorda mai, e così lo lascio a qualcun’altr*.


TOM BOY – FRA 2011, 84’. Regia di Céline Sciamma. Facce da schiaffi, i ragazzini. Laure, fra poco comincia la scuola, e la scambiano per un ragazzo, e lei ci prende gusto, e fa amicizia con un gruppetto e una ragazzina che piace a tutti e che si innamora di un equivoco, un biondino che sa pure giocare a calcio. Uno di quei film in cui ti metti seduto in sala e guardi, o meglio contempli, assorto nelle vite tranquille, le nostre vite fortunate per chi è fortunato, guardi gli altri giocare, crescere, scoprirsi.

venerdì 23 dicembre 2011

Risus abundat in ore stultorum


NON CI RESTA CHE PIANGERE – ITA 1985, 113’. Regia di Roberto Benigni e Massimo Troisi. A questo film è legata una delle più belle risate che mi sono fatto da piccolino, precisamente alla scena della dogana ( Ehi?! Chi siete?! Quanti siete?! Cosa volete?! Un fiorino!! ) e dunque caro mi è. Me lo sono andato a rivedere e sono rimasto sorpreso intanto di ridere ugualmente moltissimo, magari per cose che mi ero dimenticato, e poi di trovare un film bello anche da vedere, da seguire. Benigni e Troisi assieme sono favolosi, da mettere nella storia evolutiva dell’uomo. La storia comincia con questi due amici, “colleghi” ( uno è insegnante, l’altro bidello nella stessa scuola ), che aspettano davanti al passaggio a livello di un posto fuori porta, e che stufi dell’attesa cercano un’altra strada; la benzina finisce e mentre scendono dalla macchina per cercare aiuto vengono sorpresi da un temporale. Trovano una casa dove passare la notte e all’indomani si risvegliano nel 1492, “quasi Mille-cinque”. A Frittole. A Benigni viene in mente di fermare Cristoforo Colombo, ufficialmente per impedire la “scoperta” dell’America e lo sterminio degli Indiani, sotto sotto perché quello che ha mollata la su’ sorella l’è americano.



IL RITORNO DI CAGLIOSTRO – ITA 2003, 100’. Regia di Daniele Ciprì e Franco Maresco.È il primo film che vedo dei due, e non conosco neanche Cinico tv o altri lavori, e sono strani forte. Passano dalla trivialità pura a scenette surreali mentre scorrono sullo schermo i personaggi più improbabili. È il finto racconto delle vicende della “Trinacria Cinematografica”, la Hollywood siciliana che negli anni ’50 produsse i meglio film che si potevano produrre. Fino all’ultimo, indimenticabile, “Il ritorno di Cagliostro”. Tutto viene raccontato come un reportage dei giorni nostri sul ritrovamento della pellicola di detto film, con interviste ai critici e ai superstiti dell’impresa. Le riprese della lavorazione del film, il backstage, e la storia dei fratelli La Marca scultori artigiani che sognano di fare il cinema, assoldati dal Cardinale Sucato ( dietro a tutto c’è Lucky Luciano ). Si possono fare film di qualità come fossero film di serie b o zeta, prendendo per il culo forse il cinema italiano e regalando cartoline eterne di squallore comico.