martedì 28 febbraio 2012

"CONTINUA CONTINUA"


Lo sto leggendo da poco, è molto divertente, ma non è solo questo, devo ricorrere spesso al vocabolario, e non è solo questo, e insomma in rete troverete senz'altro chi ne ha detto in maniera più compiuta.

mercoledì 22 febbraio 2012

Chi ha paura del buio?

DRAG ME TO HELL – USA 2009, 99’. Regia di Sam Raimi. Divertente e pauroso. Prendendo spunto da un vecchio film, Night of the demon, del 1957, diretto da Jacques Tourneur, che non è neanche malaccio ( visto senza sottotitoli molti dialoghi li ho persi e non ho potuto apprezzarlo a pieno ), la storia si concentra su di una giovane combattuta tra l’ambizione per la carriera e la bontà d’animo che viene messa alla prova nel suo lavoro, ovvero quello di tramite per i prestiti tra i clienti e le banche, più o meno. Non c’è molto sangue, però molti liquami sì, quindi i più schifiltosi potrebbero soffrire. C’è il lieto fine, solo dipende dai punti di vista.


THE DESCENT – UK 2005, 99’. Regia di Neil Marshall. Quest’altro è invece più cupo, drammatico, soprattutto nel finale caricato di eroismo anche dalla musica. La formula insolita prevede un gruppo di donne amanti dell’avventura, che decidono di esplorare delle caverne. Una di loro, mentendo al gruppo, le porta in una zona ancora sconosciuta persino alle guide, sperando così di fare il colpo. Già dall’inizio si capisce che fra due del gruppo, le protagoniste del film ci sono delle frizioni di fondo, caricate dal lutto di una di loro, che ha perso in un incidente figlia e marito. Il film nella parte sotterranea è giocato anche a livello visivo non solo sul senso di claustrofobia, ma pure nel cambiamento delle luci, che siano quelle dei caschi di protezione, dei fuochi di segnalazione o delle barre luminose. Però quando il pericolo passa dalla caverna agli abitanti della caverna qualcosa si perde, almeno per me. Magari per qualcun'altro il bello comincia lì.

mercoledì 15 febbraio 2012

DODICI SEGNI D'AMORE - l'oroscopo di San Valentino in leggerissimo ritardo



(Tornano Cinzia e il suo Oroscopo, in uno dei più classici anti-San Valentino o San valentino in ritardo che dir si voglia!)

Dodici segni d’amore

Nella relazione di coppia, diventa particolarmente importante acquistare consapevolezza della parzialità delle nostre opinioni. Teoricamente, al di là di affinità originarie, tutti potrebbero andare d’accordo con tutti, a patto di elaborare ed evolvere i loro schemi mentali e comportamentali di partenza.
Che cos’è l’amore? Cosa significa amare? Come dovrebbe essere il rapporto ideale?
Su questo tema potrebbe essere avviato un confronto infinito, che vedrebbe disputare tra di loro almeno dodici opinioni diverse: tante quanti sono i segni dello zodiaco.

I segni di terra vivono l’amore a livello del primo chakra, in una dimensione terrena, materiale e sensuale.

Il Toro si appropria dell’amato e da quel momento ne ha costante cura. La felicità del partner è il suo obiettivo di vita, a patto che il fortunato accetti di essere considerato come una sua proprietà e gli dimostri la sua gratitudine. Il Toro è disposto a fornirgli un buon nutrimento, a preparargli un nido comodo e bello e a donargli tutta la sua sensuale avvenenza; tutto questo non potrà essere rifiutato se non provocando un grave sgomento.
Quello che il Toro deve imparare è che si può amare anche qualcosa o qualcuno che non ci appartiene.

La Vergine, regina dell’economia domestica, fa di questa il fulcro del rapporto. Amarsi significa gestire qualcosa in due e l’intensità del sentimento si dimostra con la presenza, materiale e fisica. La Vergine, in virtù di questo assunto, non conosce mezze misure fra il negarsi e l’asservirsi, anche se spesso si nega asservendosi.
Quello che la Vergine deve maturare è la capacità di esprimere le proprie esigenze, onde evitare di contrarre frustrazioni e di scaricarle sul partner.

Il Capricorno si appella ai concetti di maturità e di serietà e intende l’amore come un impegno da portare avanti in due, alla stregua della carriera di due soci. Questa concezione non lascia spazio per comportamenti incoerenti, come il tradimento o la dedizione a futili intrattenimenti.
Quello che il Capricorno deve imparare è che riconoscere e liberare le proprie emozioni è il primo passo necessario per poterle gestire.

I segni d’acqua vivono l’amore a livello del secondo chakra, come emozione romantica.

Il Cancro dedica all’amata e alla dimora nella quale vive con lei tutte le sue energie, costruendo un rapporto improntato a un modello tradizionale. Se non si sente corrisposto a livello affettivo e progettuale, diventa dapprima assillante e infine si rivolge verso un’altra persona.
Quello che il Cancro deve imparare è che, smettendo di esigere amore, lo riceverà come un dono inaspettato.

Lo Scorpione è dominato dal timore di non essere amato e per questo chiede prove altissime al suo amante. A costo di ferirlo e tormentarlo, ‘testa’ i suoi sentimenti in modo spesso sleale. Infine accoglie il partner in una relazione simbiotica, dandogli libero accesso al suo fascino carnale e ai suoi vertiginosi labirinti mentali.
Quello che lo Scorpione deve imparare è che nella semplicità c’è verità e bellezza.

I Pesci intendono il rapporto a due come un legame sottile, misterioso e segreto. Diffidano delle parole e nutrono l’amato di carezze magnetiche e di banchetti fastosi, prostrandosi ai suoi piedi. Si compiacciono dell’innamoramento, deliziati dallo smarrimento oltre i confini dell’altro, ma spesso rispondono alla richiesta di chiarimento e di impegno con la fuga.
Quello che i Pesci devono scoprire è il riflesso di un ideale immaginato in un reale concreto.

I segni di fuoco vivono l’amore al livello del terzo chakra, come potere progettuale.

L’Ariete è autonomo e dipendente al tempo stesso. Pone alla base del rapporto l’ammirazione che prova per l’amato, che a sua volta, scegliendolo, testimonia la sua eccellenza. Sopporta solo i rapporti che gli lasciano spazio d’azione, ma posto nelle condizioni ideali difende il bene dell’amato avanti ad ogni cosa.
Quello che l’Ariete deve ammettere è che anche lui ha bisogno di essere amato e sostenuto da qualcuno.

Il Leone pensa che la sua relazione debba brillare al centro della società circostante, grazie alla generazione di numerosi figli e al coinvolgimento di parecchi amici, colleghi e conoscenti nell’organizzazione di intrattenimenti serali. Fedele e generoso, si unisce per la vita alla compagna prescelta.
Quello che il Leone deve capire è che il partner non è un fiore al suo occhiello.

Il Sagittario trova nell’amato un compagno di viaggio e un amico. Insieme possono realizzare i progetti di vita con piena collaborazione. Apprezza le persone semplici ed efficienti. Può cercare un po’ di romanticismo al di fuori della coppia perché lo ritiene un divertimento e non il collante del rapporto.
Quello che il Sagittario deve capire è che ogni insegnante, a sua volta, deve andare a scuola.

I segni d’aria amano a livello del quarto chakra: l’amore è un ideale di felicità, libertà e giustizia.

Il Gemelli immagina il rapporto di coppia come il frutto di un impulso romantico. Crede al colpo di fulmine e a un idilliaco incontro di anime, che saranno sempre libere di incontrarne altre. Amare significa essere felici e lasciare che l’altro realizzi la propria felicità. Stare insieme significa esplorare il mondo e additarsi a vicenda gli angoli più nuovi e sconosciuti.
La cosa che il Gemelli deve comprendere è che la libertà è una condizione interiore, in assenza della quale si rischia di incorrere in forme deleterie di libertà esteriore, come la solitudine.

La  Bilancia coltiva l’ideale di un amore equo e passionale e non si accorge della contraddizione. Come un motore immobile attrae facilmente l’amato verso di sé, per poi tergiversare provocando talvolta una mancanza di sincronia che impedisce un vero ‘passo a due’.
Quello che la Bilancia deve imparare è che scoprire le proprie carte è ben più elegante che fingere di avere un asso nella manica.

L’Acquario considera bizzarra l’idea di ‘concedere l’esclusiva’ a qualcuno, riservando il suo amore a un solo individuo. Tuttavia, il suo lato saturnino lo spinge ad adeguarsi all’idea di ‘appartenere’ a qualcuno, pur trasformando presto il matrimonio in un’associazione culturale aperta a tutto il vicinato.
Quello che l’Acquario deve scoprire è che coltivare il proprio orticello non è ‘brutto’.

mercoledì 8 febbraio 2012

Ai No Mukidashi ( hentai )



Premessa per una recensione non scritta:
Vedetelo. Dura 4 ore, viene dal Giappone, il regista si chiama Sion Sono, per chi volesse ci sono le specifiche riguardo i contenuti non adatti a tutti sul sito imdb. Bisogna scaricarselo, c'è il torrent con i sottotitoli in inglese compresi, oppure quelli in italiano si trovano sul sito opensubtitles.org. Vedetelo.







Diversivo poetico:

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte.

Un articolo che risponde alla domanda: "Perché leggere ancora la Commedia?"

Conclusione scanzonata ( e con S.Valentino siamo a posto ):


sabato 4 febbraio 2012

JR, David Lynch e i suoi nipotini ( il mondo senza di noi )



Mettiamo che io voglia cominciare questo post con una di quelle frasi ad effetto tipo "Il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava, ..."; oppure: "nella vita di ogni lettore c'è un pre e un post Infinite Jest". Io volevo essere dannatamente post-moderno, soprattutto perché non sapevo cosa volesse dire, e da bambino volevo essere comunista, e un po' anche adesso. Ma non solo a carnevale, dico nella vita di tutti i giorni. Poi volevo molti giocattoli, ma pensavo che in famiglia fossimo poveri e così me ne stavo zitto. Ho giocato molto a pallone con gli amici, e poi a pallone con la playstation, sempre con gli amici.

JR di William Gaddis è uno dei libri in cui in assoluto non ho capito cosa stessi leggendo, in più lo leggevo al mattino presto in bagno. Di quel grosso volume mi è rimasto il sottofondo della confusione e della stufetta accesa. Poi alcune scene vagamente erotiche in cui ogni tanto distinguevo una spalla, un ginocchio, un polso.
Poi ci sono i film di David Lynch. Strade perdute, nella sua oniricità offre una concreta visione del mondo, una weltanshauung ( in realtà tutto il post è un espediente per poter usare "weltanshauung" in pubblico ), come dicono quelli che lo sanno dire. La scena del giro in macchina: il film è l'estensione di uno spot per la sicurezza stradale. Più altre cosucce, come l'elenco fornito dal regista stesso: "un horror noir del 21esimo secolo; un'indagine di estrema potenza visiva sulle crisi d'identità parallele; un mondo dove il tempo è pericolosamente fuori controllo; una corsa terrificante lungo le strade perdute". Perfetto. Questa lista è contenuta nelle "cose divertenti da non fare più" del Nostro ( ormai ho rotto le palle a tutti con DFW ), e fra una cosa e un'altra, si parla dell'influenza di Lynch sui registi di culto del momento, del momento in cui veniva girato Strade Perdute, cui DFW ha assistito per scriverne un pezzo. Fatto sta che ho dato un'occhiata ad alcuni film in questione quali Safe di Todd Haynes, Stranger than paradise di Jim Jarmusch,
Belli e dannati di Gus van Sant e
Qualcuno sta per morire di Carl Franklin. Poi ovviamente altri che o avevo visto o che vedrò. Soprattutto Quentin Tarantino. Poi il Nostro scrive una frase che vi può essere utile, parlando delle differenze fra Tarantino e Lynch, considerato molto meglio. Ovvero: "a Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio; a David Lynch interessa l'orecchio". Che non è solo la messa per iscritto di due scene che più o meno ricordiamo, ma che insomma la violenza per Lynch sta sempre a significare qualcosa. Vabbè, i film in questione sono tutti vedibili, ma i più belli mi sono parsi Stranger than paradise e Safe.
Il primo, un esordio tral'altro, è perfetto nella sua durata originale, ovvero 30 minuti. Bianco e nero, due inquadrature due su una palazzina che fa angolo con la strada, carrello a seguire una ragazza con il suo mangianastri che sputa Sreamin' Jay Hawkins. Tre personaggi, una macchina, New York, Cleveland e Miami. Carte. Giocano spesso a carte, o per soldi o per passare il tempo. Dissolvenze in nero. Safe invece è più marcatamente Lynchiano, per l'uso della musica e di alcune sequenze. È molto interessante anche per la storia, anche se nel finale diventa molto lungo. Ambientato sul finire degli anni'80, racconta una donna benestante che segue la classica trafila diete a base di frutta, solo latte da bere, aerobica con musichetta fastidiosa e scema, iper-allegra, i cui effetti sono stati ben illustrati da Christian Bale in American Psycho, per finire ad ammalarsi di non-si-sa-bene-cosa. Ovvero crisi di panico, difficoltà respiratorie, forse auto-suggestionate da una crescente preoccupazione per l'inquinamento e per gli effetti delle sostanze chimiche nelle nostre vite, con annessa fuga in una comunità che cerca di vivere in un modo più sano, qualsiasi cosa voglia dire. Raccontato bene, lungo ma assennato.

A proposito di inquinamento e ambiente, Il mondo senza di noi, di Alan Weisman, a dir poco notevole. Fuori c'è la neve.

martedì 31 gennaio 2012

sabato 28 gennaio 2012

Visioni Estatiche Approssimative


MELANCHOLIA – 2011, 136’. Regia di Lars von Trier.
Come nel precedente Antichrist, il furbetto Lars ( d’ora in poi FL ) ripropone immagini straordinarie e modo di narrare meno all'altezza, discontinuo, che però risolve in maniera notevole. Si comincia con un prologo giocato con sequenze al rallentatore più la musica di Wagner ( al cinema mi ero buttato su Mahler ). È una sorta di concentrato del film che verrà. È una formula che evidentemente piace molto al regista ed è apprezzabile, ma rimane un’idea lasciata lì a stupire la platea, per la bellezza basterebbe anche da sola, ma a questo punto potrebbe svilupparla e rendere l’intero film in questo modo. La storia si divide in due parti, incentrate su due sorelle, una, fresca sposa e l’altra, la maggiore, che le organizza il matrimonio e la cura, che la sostiene. Va detto che all’inizio la protagonista, la giovane sposa, appare come un’annoiata di tutto ciò che le accade, matrimonio compreso, snervante come un po’ il film. Poi in realtà si capisce che sta proprio male, che è depressa, e in questo FL ha visto giusto nel rappresentare il disagio, intendo rispetto ad Antichrist. Una persona depressa può essere davvero snervante per i suoi cari, è un malato che si abbandona senza che apparentemente abbia nulla che non vada, e non si alza dal letto o non mangia, e non capisci perché non prova a guarire, come se non volesse guarire. C’è una innegabile forza espressiva, anche quando spinge al massimo sul piano estetico nel proporre una serie di quadri d’esposizione; e il tono elegiaco, cupo, fa da contrappunto, per una storia fatta di personaggi fragili e distanti gli uni dagli altri, quasi degli intrusi, quasi insignificanti. Visto in un cinema che ha pensato bene di rendere l’esperienza più vivida attraverso un freddo nordico, dove poi è stato girato il film, circostanza che ha reso epica la visione ( io poi ho voluto trattenermi dal fare pipì fino quasi all’ultimo ). Non lo so neanche se mi è piaciuto. Curiosità: ad un certo punto una delle due sorelle fa una ricerca su internet per capire la situazione ( a proposito, non ho detto che il filo conduttore è un pianeta, Melancholia appunto, che potrebbe scontrarsi con la Terra. Càpita anche ai migliori di scordarsi le cose ), e fra i risultati appare il link alla scheda di Lav Diaz, regista filippino di un altro Melancholia, lunghissimo ed estenuante, già recensito su questi schermi. Tanto per dire.
Comunque, per giustificare il mio dubbio circa il mio stesso gradimento della pellicola postillo una storiella ( pescata da quella meraviglia dell'ingegno umano che è Godel,Escher,Bach di Hofstadter ):

Lo studente Doko andò da un maestro Zen e disse: "Sto cercando la verità. In quale stato mentale debbo esercitarmi per trovarla?".
Disse il maestro: "Non esiste la mente, per cui non puoi metterla in alcuno stato. Non esiste la verità, per cui non puoi esercitarti per essa".
"Se non c'è mente da esercitare, né verità da trovare, perché questi monaci si riuniscono ogni giorno davanti a te per studiare lo Zen ed esercitarsi per questo studio?".
"Ma io qui non ho un palmo di spazio," disse il maestro "come possono i monaci riunirsi? Io non ho lingua; come posso chiamarli a raccolta e insegnar loro?".
"Oh, come puoi mentire così" chiese Doko.
"Ma se non ho lingua per parlare ad altri, come posso mentire a te?" chiese il maestro.
Doko disse allora tristemente: "Non riesco a seguirti. Non riesco a capirti".
"Io non riesco a capire me stesso" disse il maestro.

giovedì 26 gennaio 2012

Senza parole :-)


Premessa doverosa ai limiti del bimbominkionismo:
Una conseguenza del pop inteso in termini più ampi possibili è il fan(atic), per cui se esce il nuovo disco del tuo artista che tanto ti piace non solo lo compri, ma fai il possibile per fartelo piacere, ti disponi proprio mentalmente e fisicamente in una condizione per cui ti piacerà, non può che piacerti, oddio speriamo che sia bello! Io sono strano, ci ho riflettuto spesso, è andata così. Il primo cd che comprai non con i miei soldi, i soldi me li davano ( e me li dànno ancora, cosa credete ) mum&dad, ma che comprai intenzionalmente fu Showbiz dei Muse; il secondo To record only water for ten days di John Frusciante. Dal momento che sentivo la responsabilità di aver speso dei soldi ero teso quando mi misi ad ascoltarlo. Ero teso anche per via dell'oggetto e del gesto nuovo, ovvero inserire un disco e mettersi ad ascoltarlo. Lo ascoltai e non mi piacque, per niente, tranne Muscle Museum che era poi la ragione per cui lo avevo comprato. Il fatto accentuò la tensione, mi stavo proprio non dico vergognando, non so neanche che tipo di sensazione potesse essere, non mi ricordo, per cui cercai di calmarmi pensando che magari era questione di tempo, con un po' di pazienza mi sarebbe piaciuto. Pensavo che ovvio, Muscle Museum era la più bella, dunque era normale provare meno emozioni per le altre, ma che comunque se avevano fatto una canzone così bella erano validi, e il disco di conseguenza, e quindi mi sarebbe piaciuto. Tutto è bene quel che finisce bene: in seguito lo ascoltai e riascoltai, e i Muse divennero i miei preferiti, assieme ai Red Hot Chili Peppers, e Scar Tissue fu la scintilla che mi fece venir voglia di suonare la chitarra. Poi c'è da dire che sul versante RHCP alcuni traumi vennero fuori, ad esempio ascoltando By The Way, che pure qua e là non è malaccio, oppure Stadium Arcadium, che pure quello le sue belle canzoni ce le ha. Aspetto di sentire il nuovo. E tornando ai Muse, gli ultimi due hanno segnato una fase di stanca, The Resistance comincia molto bene, poi ha una fase centrale pessima e una finale apprezzabile ma fuori contesto: se Bellamy ha delle necessità espressive che esulano dal rock, tanto vale fare un lavoro dedicato a quello e prendersi una pausa dal gruppo, oppure proporre due progetti, ma quella suite orchestrale fa apparire l'album come pretesto. Comunque c'è un bel libro di Oliver Sacks, ce ne saranno molti in realtà, Musicofilia, che parla di ascolto. Questa premessa però dovrebbe introdurre la mia impressione circa "pro patria", il nuovo spettacolo di Ascanio Celestini. In poche parole, il suo lavoro è uno dei fatti culturali più importanti per la mia vita, per cui per me andarlo a vedere è stato un piacere, conoscere i suoi lavori ed avere in mente la sua voce, le storie che racconta, averlo fra i miei ricordi, tutto questo insomma è un piacere. Ecco, io posso "venerare" Bach J. S., ma non posso essergli grato, in fondo è un pensiero, è un insieme di suoni. Celestini invece sì, gli sono grato, e lo ammiro, per la bontà e l'intelligenza, per gli sguardi che mi permette di lanciare e per le risate sorprendenti fatte di buone intenzioni; per l'umanità e la fiducia nell'umanità che trasmette ( e scusate i paroloni ). Anche perché l'ho visto allontanarsi con lo zaino in spalla in una viuzza ormai deserta che erano quasi le sette di sera e un paio d'ore dopo ci sarebbe stato il suo spettacolo, e per il rispetto che si ha per gli sconosciuti non gli ho potuto manifestare la mia gratitudine e il mio entusiasmo ( e comunque il disco me lo aveva già autografato ).

Pro patria dunque. Gli ingredienti sono ( in ordine sparso ): Mazzini eroe sconosciuto e romantico, pre-emo, pre-dark. La repubblica romana e i sussulti rivoluzionari trasformati in toponomastica e in lezioni di storia per facce brufolose e annoiate. Padri e figli, veri e ideali, sognati, traditi, incompresi. Donne, non senza sé, ma senza Ma. Wittgenstein, ovvero il carcere fatto e finito al posto del mondo, chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori. Sono un terrorista o un assassino, per quanto poco volgare e pure istruito? Chopin. Il negro che passa alla frontiera, gli ultimi degli ultimi degli ultimi, il niente che è uguale al niente elevato alla n ( di niente ).